(Caserta24ore) NAPOLI. Napoli è una città di sangue perché qui il sangue ha assunto nei secoli un significato teologico e sacrale. Napoli ha custodito con tanta ostinazione reliquie ematiche di santi e martiri, fino a farne una presenza singolare nella propria storia religiosa. Tutti infatti conoscono le vicende del sangue di san Gennaro. Molti invece, ignorano che nella città furono venerati altri sangui ai quali la tradizione attribuì fenomeni di liquefazione. Dietro ciascuna di queste reliquie c’è una storia che merita di essere riportata alla luce. Cominciamo da san Giovanni Battista. Una sua reliquia di sangue era conservata nel monastero di Sant’Arcangelo a Baiano e, dopo la soppressione di quel monastero, fu trasferita a San Gregorio Armeno. Le fonti antiche riferiscono che nel giorno della Decollazione il sangue, normalmente rappreso, diveniva liquido. La memoria di questo prodigio rimase viva per secoli e fu ricordata anche da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che scrisse dello scioglimento del sangue del Battista a Napoli nel giorno della sua festa. Non è un particolare secondario sapere perché Giovanni morì. Aveva detto ad Erode ciò che nessuno avrebbe voluto sentirsi dire: non gli era lecito vivere con Erodiade, moglie di suo fratello. Quella verità gli costò la testa. Il 29 agosto, quando la Chiesa ne ricorda la Decollazione, il pensiero corre inevitabilmente a quante verità vengono taciute per convenienza, paura o quieto vivere. Se tutti avessero il coraggio del Battista, probabilmente ci sarebbero in giro molti meno colli integri. Ed è proprio questo che rende tanto eloquente la presenza del suo sangue a Napoli. Giovanni non fu ucciso per una battaglia politica, per un’ambizione personale o per una contesa di potere. Morì perché rifiutò di rendere innocuo ciò che era vero. La sua grandezza è tutta qui: nella disponibilità a pagare di persona ciò che aveva avuto il coraggio di proclamare. Poi c’è Napoli, San Gregorio Armeno, il suo campanile, le pietre consumate, la strada che ogni giorno si riempie di echi presepiali. Dentro quel brulichio sopravvive la memoria del più grande fra i nati di donna, come lo definì Gesù, che preferì perdere la vita piuttosto che tacere la verità. È una delle tante contraddizioni soltanto apparenti di questa città, nella quale il sacro non è mai davvero separato dalla carnalità della storia.
Per questo il sangue di san Giovanni Battista non è soltanto una curiosità devozionale. È un richiamo. Ci ricorda che la verità, quando è tale, non sempre consola e non sempre protegge. Ma proprio per questo continua a parlare anche quando chi l’ha pronunciata non ha più voce. E Napoli, città di sangue, conserva ancora quella voce rosso rubino, la stessa che Caravaggio trasformò in pittura a Malta quando, nella Decollazione di san Giovanni Battista, tracciò nel sangue che sgorga dal collo del santo l’unica firma che abbia mai lasciato su una sua opera. Da Malta sarebbe poi passato in Sicilia e, da lì, sarebbe tornato ancora una volta a Napoli, quasi richiamato verso una città che nella sua pittura sembrava già conoscere fin troppo bene il colore del sangue. Napoli, città che sembra essa stessa una pergamena percorsa da arterie vermiglie, nelle quali la vita continua a scorrere dentro i vicoli oscuri delle coscienze e delle incoscienze dell’umanità. (da Roberto Bonaventura #napoletanisostanziali)

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