Guccini era un cantante “di razza ariana” e viveva con undici gatti. Dal libro “Non so che viso avesse”
(Caserta24ore) Nel libro “ Non so che viso avesse”, edizioni Giunti, qualche anno fa, nel 2020, Guccini traccia una sua biografia “essenziale” che ci da il senso di quelle che erano le sue principali convinzioni. Scrive:” Una mia biografia essenziale potrebbe suonare così: “Sono nato nella prima metà del secolo scorso; ho scritto e cantato canzoni; ho pubblicato romanzi e racconti e sono, fortunatamente per me, ancora vivo”. Se si volesse però, da queste note stringate, ricostruire la storia della mia vita, bisognerebbe arricchire il tutto con aneddoti, episodi, ricordi più o meno vaghi, aggiunte di vario tipo (come e perché, ad esempio, nel marzo del 1970 ho deciso di tenermi la barba), descrizioni di personaggi umani e, perché no, animali. Ma una VERA biografia risulta quasi impossibile da scrivere; troppi dettagli sfuggono dalla
memoria, troppe vicende sembrano svuotate di senso e mancare di contenuti… Prendiamo la prima affermazione: “Sono nato nella prima metà del secolo scorso”. Detta così può sembrare una battuta, per segnare in maniera ironica una certa anzianità. Per l’esattezza però bisognerebbe dire: “Sono nato il 14 giugno dell’anno 1940”. Perché
questo? Perché non è una data come un’altra. Quel giorno, dopo aver sfondato in Belgio e in Olanda e superata la linea Maginot schiacciando l’esercito francese e il Corpo di Spedizione Inglese, le truppe tedesche sfilavano in parata attraversando una spettrale Parigi e ci sarebbero voluti quattro anni e centinaia di migliaia di morti prima che la città fosse di nuovo libera dall’oppressione nazista. Eppure di questi anni, della sofferenza di un popolo e di questi morti, non c’è traccia nella mia biografia. Ma nel mio atto di nascita (recuperato in occasione del mio primo matrimonio) è riportato che Francesco Antonio Guccini, figlio di Ferruccio e di Prandi Ester, è di “razza ariana”. Questo significa che quando Francesco Antonio è nato erano in vigore leggi razziali e si viveva sotto una dittatura; se non eri di “razza ariana” eri un cittadino di serie B, non avevi diritti civili, non potevi esercitare professioni liberali, insegnare nelle scuole pubbliche né tantomeno frequentare quelle stesse scuole. Il padre (sposato da poco più di un anno) di quel Francesco Antonio fu spedito a fare una guerra non voluta né desiderata, dalla quale sarebbe (fortunatamente) ritornato dopo cinque anni, due dei quali trascorsi in un campo di concentramento tedesco. E un padre che torna dalla prigionia non può essere un genitore come ce ne sono tanti adesso, in tempo di pace; è necessariamente amoroso ma anche molto severo, non può permettere che il figlio lasci il cibo nel piatto (lui che ha patito per anni la fame), non ha mai dato il bacio della buona notte, come si vede fare alla televisione, non ha mai festeggiato un compleanno, che passava del tutto inosservato, e via di questo genere. Per amore della completezza bisognerebbe raccontare non solo questo periodo, dal ’40 al ’45, ma anche gli anni del dopoguerra, dell’Italia in ginocchio, delle case rovinate al suolo, delle ferrovie saltate per aria, delle ristrettezze economiche, della lenta ricostruzione e del ritorno a una vita civile.
Nella mia biografia si parla, anche e vagamente, di libri e biblioteche. Sì, si accenna a questo ma sarebbe impossibile rievocare l’emozione, il sottile piacere, quasi la frenesia, che ogni nuovo libro mi dava, fin dal primo in assoluto della mia vita, sul quale ho imparato a leggere, quel “Pinocchio” regalatomi da chissà chi, amato e tragicamente perduto in uno degli innumerevoli traslochi, a lungo rimpianto e poi finalmente riacquistato, riletto, e forse capito, da adulto. E il gusto per le letture infantili e adolescenziali, i Salgari, i Verne e poi, da studente, la religione dei libri, che altri ti suggerivano o che tu suggerivi ad altri: narrativa, con la predilezione per i romanzi umoristici, per i gialli e per la fantascienza, poesia, storia, linguistica. La scoperta di un autore faceva sì che andassi alla ricerca di tutto quello che quell’autore aveva scritto. E la mania per i fumetti, “letteratura disegnata” che mio padre, quando ero ragazzo, mi proibiva, perché mi avrebbe disabituato alla lettura, pensa te. E il leggere dappertutto, perché se leggi non ti annoi mai: alla scrivania, a letto, in bagno, in treno, da militare, con la pila sotto le coperte, aspettando l’autobus, dal medico, sulla spiaggia. Ovunque. E il piacere di possederli, i libri: dalla prima decina, accatastata
nell’armadio assieme alla biancheria, alle centinaia impilati dentro a scaffali sempre troppo piccoli per contenerli tutti, ai tanti accumulati sui tavoli, per terra, quasi impossibili da trovare quando li cerchi perché ne avresti bisogno, e finisci per ricomprarli anche due, tre volte. Confesso di aver rubato dei libri, per necessità, o meglio, di non aver restituito dei prestiti; quattro volte mi è successo, perché non avrei più saputo dove recuperare i volumi, ma altrettante volte è capitato a me. Poi le canzoni. Non parlo quasi delle canzoni, lascio che siano altri a farlo. Perché come si fa a raccontare di lampi improvvisi, di sensazioni fugaci, dell’affannosa e pure eccitante ricerca di parole, che siano quelle giuste, di rime che si incastrino nei versi, di donne che mi hanno amato e che io ho amato? Le canzoni si
raccontano da sole, e basta. Un’ultima cosa: non bisognerebbe tacere della multiforme e variegata e agile esistenza degli undici gatti che si sono degnati di farmi compagnia, accondiscendendo a vivere per molti anni accanto a me, ognuno con il proprio carattere, ognuno con la propria storia gatta. Ma questo richiederebbe un’opera a parte, dedicata soltanto a loro, come, d’altronde, per la vita di ognuno di noi meriterebbe che accadesse”.

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