(Maria Grazia Capanna) Quando pensiamo ad Ulisse immaginiamo tutti l'eroe instancabile che affronta tempeste, mostri marini, Ciclopi, Sirene e ogni genere di pericolo pur di ritornare a Itaca. Eppure esiste un paradosso che pochi ricordano: dei dieci anni del suo viaggio narrati nell'Odissea, Ulisse trascorse meno di due anni realmente navigando, mentre ben sette anni rimase nell'isola di Calipso e circa un anno presso Circe non in mare, ma accanto a due donne immortali. Ulisse non è l'eroe perfetto che la tradizione ci ha consegnato. È un uomo intelligente, capace di escogitare il cavallo di Troia, di ingannare Polifemo chiamandosi "Nessuno", di resistere alle Sirene grazie all'astuzia e non alla forza, ma è anche un uomo pieno di contraddizioni, vulnerabile ai desideri, alla curiosità e alle seduzioni della vita. Dopo aver sconfitto il suo incantesimo grazie all'aiuto di Ermes, diventa da prigioniero, l' amante di Circe e rimane con lei per un intero anno, un anno di pace, di piacere, di abbondanza, furono i suoi compagni a ricordargli che era tempo di ripartire e fare ritorno ad Itaca. Con la ninfa Calipso rimarrà sette anni: lei gli offre ciò che nessun essere umano potrebbe rifiutare: l'immortalità e l'eterna giovinezza, purché resti con lei, ma lui rifiuta, sa bene che Penelope, la moglie mortal,e non può competere con una dea, lo fa perché comprende una verità molto profonda: senza la propria patria, senza la propria storia, senza i propri affetti, perfino l'immortalità perde di significato. Ed è qui che Ulisse rivela la sua autentica grandezza. È un uomo con le sue debolezze: non è un marito irreprensibile, un uomo immune alle passioni, è un essere umano con le sue fragilità che cede alla seduzione, indugia, sbaglia, desidera, ma continua a nutrire una nostalgia che nessun piacere riesce a compensare. L'Odissea non è un viaggio di ritorno è l' introspezione interiore di un uomo che, dopo avere conosciuto il potere, la guerra, il piacere, la ricchezza, la magia e perfino la possibilità di diventare immortale, scopre che la felicità non consiste nel possedere tutto, ma nel ritrovare ciò che dà senso alla propria esistenza. Ulisse diventa così il simbolo dell'uomo di ogni tempo: ogni uomo ha incontrato la propria Circe la seduzione che ci distrae dalla nostra strada, una "dea Calipso" che promette sicurezza, comodità o successo in cambio della rinuncia a una parte della propria anima. Il mare è soltanto il paesaggio esteriore, le tempeste più difficili da attraversare sono quelle interiori legate alla vita spirituale; i mostri più pericolosi non sono Scilla e Cariddi, ma l'orgoglio, il desiderio di possedere tutto, la paura di rinunciare e la tentazione di dimenticare chi siamo. Dopo tremila anni Ulisse continua a parlare di sé e non per le doti di un regista cinematografico del momento che ne esalta le gesta quale eroe più importante della mitologia greca ma perché la sua grandezza nasce proprio dalle sue debolezze. Non vince perché è perfetto; vince perché, nonostante tutto, continua a cercare la strada di casa. Itaca potremmo paragonarla all' anima in cui ciascuno di noi decide prima o poi di fare ritorno, dopo essersi perduto come Ulisse: tra le infinite seduzioni del mondo, il suo viaggio termina con il ritrovare se stesso e la donna che realmente ha saputo comprendere dietro il mito dell' eroe quella fragilità recondita dell' uomo ed aspettarlo: Penelope,il suo amore sincero che tutto perdona malgrado i tradimenti e l' incertezza dell'amore malgrado anni di lontananza e il ritorno rappresentano il faro, la luce della speranza, poiché non è mai troppo tardi per fare ritorno a casa.

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