Sparanise. Il poeta filosofo teologo ed educatore, mons. Francesco De Felice senza volto e abbandonato

(di Paolo Mesolella) SPARANISE Il Canonico mons. Francesco De Felice, senza volto, di spalle ed in bilico sul piedistallo. Povero mons. De Felice, letterato, filosofo e poeta sparanisano!
Qualcuno lo ha tolto dal piedistallo e l’ha girato su se stesso, facendogli girare la faccia. Non bastava l’umidità, la muffa e il fatto che è stato relegato ai margini del paese, ci mancava solo qualcuno che lo rendesse irriconoscibile. Eppure stava così bene nella piazzetta Gramsci sulla stazione. Ma forse chi l’ha ridotto così non conosce la sua vita di grande studioso ed educatore. Gliela ricordiamo. Morì a Sparanise il 27 novembre del 1929 dov'era nato il 2 luglio 1862 eppure mons. Francesco De Felice, poeta, filosofo, teologo, educatore e saggista è già stato dimenticato. Il suo “busto” giace abbandonato, fuori dal centro storico nella vegetazione e pieno di muffe da anni nell’indifferenza degli sparanisani, che non lo conoscono o lo conoscono poco. Eppure fu tenuto in grande considerazione, per la vivacità del suo ingegno, da Luigi Tosti, Giacomo Zanella, Antonio Fogazzaro e dal cardinale Alfonso Capacelatro che lo volle suo segretario particolare. Entrò in seminario nel 1874 e fu ordinato sacerdote nel dicembre 1885. Nel novembre dello stesso anno fu nominato maestro di Filosofia e Lettere nel seminario di Calvi. Nel 1893 passò nel seminario di Teano ad insegnare filosofia, Italiano, Latino e Greco. Nel marzo 1897 fu nominato – con decreto reale, Cappellano Reale. Nell'ottobre del 1901 fu chiamato dal Cardinale Capecelatro ad insegnare Filosofia nel Liceo dei seminario di Capua. Dal giugno 1910 al 14 novembre 1913 assisté come Segretario il cardinale Capecelatro. Si dimise dall'insegnamento nel seminario di Capua il giorno dopo la morte del Cardinale. Fu subito invitato d insegnare nel seminario di Nola ma non accettò per dedicarsi allo studio. Nel dicembre 1916, però, pregato insistentemente dall'abate Diamare e dal Priore Winspeare , ritornò ad insegnare con la cattedra di Italiano nella Badia di Montecassino. Negli ultimi anni fu nominato Direttore del Seminario di Teano dal Vescovo Licata: carica che gtenne fino agli ultimi anni della sua vita. Oltre all'insegnamento si occupava dell'educazione e dell'avvenire delle povere orfanelle di guerra ospitate presso l'istituto “Padre Semeria” a Sparanise.
Come filosofo era fermamente convinto che si potesse trovare un accordo tra Scienza e Fede, tra le nuove teorie evoluzionistiche e i dogmi cristiani. Si avvicinò così al Modernismo. Come poeta, scrisse poesie a soggetto religioso nella raccolta “Spiritus tenius” oppure poesie sull'esempio dei poeti Carducci e Fogazzaro. Come letterato e saggista, invece, nei suoi “Saggi di varia polemica” e nei suoi “Discorsi e profili” dimostra di conoscere profindamente gli amati San Francesco, Dante Alighieri, Luigi Tosti, il cardinale Capecelatro e Sparanise cui dedicò nel 1928 un pregevole poemetto. Padre Giovanni Minozzi che con Padre Semeria hanno dato vita all'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia, e alla colonia femminile di Sparanise, così ricorda il canonico De Felice all'indomani della sua dolorosa scomparsa nella prefazione ai suoi Discorsi e Profili: “ E' la prima volta che trovo Sparanise velata, fasciata di nebbia umidissima. L'oscurità della notte è resa tragica dai bagliori giallicci delle rarissime lampade. Ho il tremito dello spavento addosso. Dov'è don Francesco? Quale abisso mai lo ha inghiottito nel vortice di un terremoto scurissimo. Mi sento solo. L'anima è vuota. In nessun paese ho trovato un amico così sicuro e generoso. Uno che dava tutto senza domandare mai nulla. Pudicamente. Uno che viveva per l'educazione delle povere orfanelle. Sostituirlo non è possibile. Tutte le mattine saliva a celebrare la Santa Messa per le orfanelle, comunque minacciasse il tempo. Andava a prenderlo il nostro contadino con il barroccio. La sua casa in mezzo ai campi dove si ritirava tutti i giorni da solo a studiare nella quiete completa, tra i libri, dà ancora i brividi. Già sull'ingresso la scritta greca solenne, che prendeva con le sue parole misteriose (kruptein amaqihn kresson, è meglio nascondere l'ignoranza) tutta la fascia centrale della costruzione, richiamava di colpo un che di severo, di sacro: pareva trovarsi improvvisamente davanti ad un tempio delfico. Dentro poi, solo libri, nient'altro che libri. Viveva come un filosofo autentico. Era un Myller più colto, più equilibrato e sereno. Era un'anima ellenica: un discepolo di Platone cresciuto alla luce di Cristo. Visse povero e morì povero. Scrive ancora Padre Minozzi
:"Visse povero e morì povero. Ebbe del denaro una noncuranza naturale. Se aveva un soldo, comprava un libro o lo dava per carità subito, come un normale dovere. Qualche tempo prima di morire gli erano entrati in casa, nello studio, di notte i ladri e gli portarono via la biancheria personale e le poche lire che aveva in casa. E lui sorrideva raccontandolo. Pochi giorni prima di morire aveva acquistato un loculo al cimitero di Sparanise per riposare in pace tra i suoi, ma non l'aveva potuto pagare tutto, benché la somma non arrivasse alle mille lire. Lui, che era stato professore e canonico per tanti anni. Ed aveva conosciuto il Tosti, il Fogazzaro e Giacomo Zanella. Ho visto sacerdoti e venerandi uomini e giovani d'alti studi ed umili donne lavoratrici cadere ginocchioni ai piedi della sua salma e rimanere muti con quel nome sulle labbra, tra il pianto.". Una scoperta inaspettata Qualche anno fa mi sono capitate tra le mani le lettere che il canonico sparanisano Mons. Francesco De Felice scrisse ia grande scrittore modernista del “Santo” Fogazzaro. E’ capitato per caso, in una biblioteca calena, mentre cercavo altro. Delle lettere davvero interessanti. Nella prima lettera, scritta dal Fogazaro nel giugno 1895, si legge la conoscenza del canonico sparanisano col Fogazzaro ma anche con mons. Bonomelli: ”Sarà una gran consolazione – scrive il Fogazzaro - per me il trovarmi nell’intimità con Monsignor Bonomelli e con don Francesco al quale ho scritto pregando che mi faccia vedere meno gente possibile, perché di veder gente, sopra tutto gente nuova, mi sento profondamente stanco…”. L’opera più contrastata del Fogazzaro, “Il Santo” aveva trovato simpatia e comprensione nel segretario del Cardinale Capecelatro, tanto che in una sua lettera scritta al De Felice da Roma il 12 novembre 1905 il Fogazzaro scrive:”Combattuto con violenza da destra e da sinistra, ho bisogno di questi conforti. Le assicuro che leggendo i giudizi di Alfonso Capecelatro riferitimi da lei, mi vennero agli occhi lacrime di gratitudine a Dio”. Rasserenato dal suo giudizio indulgente verso “l Santo”, il Fogazzaro scrisse ancora una volta al canonico De Felice, sempre da Roma il 15 febbraio 1906 cercando di giustificarsi e chiedendogli di farsi suo interprete presso il cardinale.
Gli scrive:”Ottimo don Francesco. Ricevo in questo momento la cara sua. Non so in quali termini propriamente abbia scritto il P. Valdambrini: so che scrisse perché si è parlato qui di cosa che parrebbe incredibile: di una possibile condanna di talune proposizioni del “Santo”. Come se un romanzo fosse un trattato di teologia! Benedetto potrebbe tenersi di venire equiparato a Rosmini. Che dire quanto alla due questioni? Io non sono teologo.Quanto al dubbio in cui possano essere le anime circa la sorte loro, appena uscite di vita, penso, senza arrivare all’ipotesi rosminiana di uno stato quasi incosciente che segua la morte, come l’ignoranza della propria sorte non escluda che questa sia decisa, che il giudizio particolare sia avvenuto, il quale non si vorrà concepire, spero, come un giudizio di tribunale umano con la lettura della sentenza all’imputato. La incertezza della propria sorte può anche valere come pena di purgazione. .. Non v’è dubbio che le anime interamente pure e le anime reprobe passino tosto, quelle all’eternità del premio, queste alla eternità del castigo. Ma il Purgatorio deve pure esistere e forse la maggior parte delle anime deve passare di lì…. E quanto alla credenza di Benedetto mi pare che non possa contraddire al Concilio Fiorentino ove alle parole “Cielo” e “inferno” si dia il senso di uno “stato” e non di un luogo…. E la presenza benefica dei nostri cari defunti è una delle credenze più amate, più simpatiche. Scrivo a precipizio e mi accorgo di scriver male. Però ella mi avrà capito. E le stringo la mano con affettuosa gratitudine. Suo A. F. “ Da Roma il Fogazzaro nell’aprile 1906 si sposta a Vicenza e anche da qui, il grande romanziere scrive al canonico De Felice due interessanti lettere. La prima è del 17 aprile. Il Fogazzaro scrive:”Ottimo amico. La sua lettera è un vero balsamo. Adesso ne aspetto un altro! Voglia dire a sua Eminenza, ringraziandolo delle sue preghiere, che se fossi stato avvertito, col riguardo solito ad usarsi agli scrittori cattolici, dell’erroneità di quella proposizione riguardante lo stato delle anime dopo la morte, avrei promesso di correggerla ed anche di toglierla nella prossima ristampa. Caro amico, privato di Cristo ingiustamente, sento Cristo più che mai, sento più che mai le mie miserie ed il desiderio di liberarmene”.
Qui appare già chiara la volontà di accettare con sottomissione le censure al suo libro per non rischiare di perdere i sacramenti. Nell’ultima lettere, rintracciata, scritta a Vicenza come la precedente, il 20 aprile 1906, l’animo del Fogazzaro è rassegnato e si confessa liberamente al nostro Canonico De Felice, della comprensione aveva a Milano :”Ottimo amico – scrive - Unanime parere di sacerdoti di Milano cui feci interrogare contemporaneamente a lei, fu che nessuna disposizione autorizzasse il rifiuto ai sacramenti. Mi si offerse di ammettermi a far Pasqua colà…Ebbi la Comunione alla cattedrale di Milano e per consiglio di quel sacerdote oggi la riceverò nella mia parrocchia di Vicenza. Da Milano, per mia spontanea volontà, scrissi al Crispolti una lettera da pubblicarsi, nella quale dichiaro di voler prestare al Decreto quella obbedienza che è mio dovere di cattolico, cioè di non discuterlo e di non voler operare in contraddizione di esso utilizzando nuove traduzioni, ristampe ecc. La lettera uscirà, forse è già uscita, nell’Avvenire d’Italia. Voglia dir questo, La prego, a Sua Eminenza”. Chissa se qualcuno riporti il povero poeta e filosofo sparanisano Francesco De Felice al posto da dove è stato tolto, in piazza Gramsci, vicino alla chiesa di San Vitaliano, all’abate Roffredo e alla stazione, ripulito dalle muffe.

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