Caporalato e sfruttamento
I due libri pubblicati di recente di Giovanni Ferrarese, Il caporalato, Carocci 2025 e di Raffaella Alois, “Dai braccianti ai rider. Il «metodo» del caporalato e le nuove frontiere dello sfruttamento” hanno riproposto in modo documentato un tema, ancora oggi di drammatica attualità: quello del caporalato e dello sfruttamento (soprattutto dei lavoratori migranti) nelle campagne meridionali, in particolar modo in campania ed in Terra di Lavoro.
Nel primo viene ricostruita l’evoluzione del caporalato in Italia, dal secondo dopoguerra a oggi, e restituisce la dimensione storica di una pratica che, pur trasformandosi, conserva rilevanza sociale e incidenza economica strutturale, essendo una realtà non confinabile al solo settore agricolo del Mezzogiorno, secondo una rappresentazione riduttiva ancora molto diffusa. Nel libro l’analisi delle dinamiche economiche e del mercato del lavoro si intreccia con i flussi migratori, gli sviluppi normativi, le risposte istituzionali e l’azione degli attori sindacali, evidenziando infine le connessioni del fenomeno con la criminalità organizzata, la violenza di genere e forme di sfruttamento del lavoro minorile. Nel secondo volume, pubblicato un anno fa, Raffaella Alois prende le mosse dalla tragica vicenda di Satnam Singh, il bracciante indiano lasciato morire dissanguato dopo un incidente sul lavoro in un’azienda agricola dell’agro pontino, per indagare a fondo le dinamiche e le trasformazioni del caporalato nel nostro Paese: da quello 'storico' nei campi, fino alle forme più insidiose e attuali dello sfruttamento digitale, che colpiscono rider, corrieri e lavoratori delle piattaforme. Attraverso un’inchiesta lucida e documentata, l’autrice analizza il filo rosso che lega vecchie e nuove schiavitù, dentro una cultura del lavoro fondata sul profitto e sulla marginalizzazione dei più fragili. Come ha raccontato di recente Giovanna Trinchella in un suo report, ancora oggi si tratta di un sistema di sfruttamento radicato, violento e strutturato come una catena di montaggio agricola forzata che avviene nei campi di Napoli e Caserta. Un cittadino indiano pretendeva anche una tassa "illegale" dagli stipendi dei suoi connazionali
Una giornata di lavoro nei campi dura almeno undici ore, sotto il sole cocente o sotto la pioggia, respirando anche residui di pesticidi. Lavoratori considerati come animali, braccianti stranieri, ovviamente, massacrati per 2.70 euro l’ora meno della metà della paga prevista dal contratto di lavoro ovvero 7,50. Un sistema di sfruttamento radicato, violento e strutturato come una catena di montaggio agricola forzata che avveniva nella campagne di Napoli e Caserta.Qui nel maggio del 2024 sono intervenuti i carabinieri del comando per la tutela del lavoro del gruppo di Aversa, ma nulla è cambiato. E di recente, dopo le indagini, gli investigatori hanno notificato le misure agli indagati che devono rispondere di caporalato e sfruttamento. La giudice per le indagini preliminari di Napoli Nord, Pia Sordetti, ha disposto i domiciliari per un imprenditore agricolo italiano, per sua moglie, cittadina albanese, e per un cittadino indiano, con l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per un secondo cittadino indiano.Nell’ordinanza di custodia cautelare viene sottolineato come i braccianti – prevalentemente stranieri e spesso irregolari – sono sottoposti a condizioni di lavoro disumane, retribuzioni illegali e un regime costante di minacce e coercizione psicologica. “Voi siete delle pecore, figli di puttana…se volete lavorare è così altrimenti non venite più…” urlava il caporale al minimo cenno di protesta. I lavoratori, in tuta e stivali, venivano prelevati poco prima dell’alba a Villa Literno. In piedi o accovacciati “le pecore” -soprattutto indiani e bulgari – venivano smistate nei campi.I lavoratori, secondo le indagini effettuate, venivano reclutati e trasportati all’alba su furgoni adibiti al trasporto merci, ammassati nella parte posteriore o nelle sedute anteriori, in violazione di ogni norma di sicurezza. Una volta nei campi, iniziava una giornata lavorativa di 14-15 ore, con 11 o 12 ore effettive di attività, bruciati dal sole o fradici di pioggia. Le pause si riducevano a 10 o 15 minuti, insufficienti anche solo per mangiare un panino. Essi venivano massacrati ed esposti ancherischi per la salute. L’uso di dispositivi di protezione individuale – come mascherine o guanti – era completamente assente. Chi accusava un malore veniva minacciato di essere cacciato: “Chi si allontanava veniva minacciato di non rientrare più a lavorare”, annota la giudice. La retribuzione era fissa: circa 40 euro al giorno – 45 o 50 per alcune nazionalità – per 11-12 ore di lavoro, equivalenti a una paga di circa 2,70 euro l’ora, meno della metà dei minimi previsti dal contratto agricolo. Altri venivano pagati “a cassetta”, con la pressione costante di raggiungere una quota minima per accedere al pasto o al compenso giornaliero: “Senza la quota non si mangia”. L’ambiente lavorativo era segnato da insulti continui e umiliazioni.La rete criminale: il vertice ai coniugi Salzano, la gestione ai caporali Dalle carte emerge un sistema piramidale con ruoli definiti e responsabilità precise. Al vertice, secondo la procura di Napoli Nord, l’imprenditore Agostino Salzano e sua moglie MirjetaLusha. Il primo impartiva ordini, definiva ritmi e modalità di lavoro, gestiva i fondi e coordinava le attività; la seconda curava l’intermediazione, l’organizzazione delle “squadre”, il prelievo dei braccianti dai luoghi di residenza, la logistica quotidiana. Al livello operativo, due caporali di origine indiana: RaghuvenderSingh,che si faceva chiamare Michele, figura centrale nella gestione quotidiana: addetto al reclutamento dei lavoratori, sorveglianza nei campi, organizzazione del trasporto, gestione dei pagamenti e imposizione dei ritmi. SunilSingh, detto Piccolino, suo collaboratore diretto, incaricato di controllare e retribuire la manodopera. Secondo l’indagine, SinghRaghuvender avrebbe inoltre trattenutouna “tassa” illegale dagli stipendi dei connazionali indiani, per un totale di 73.800 euro.Sfruttamento e caporalato: le accuseAgli indagati vengono contestati l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro. L’imprenditore avrebbe anche cercato di condizionare i braccianti durante i controlli, arrivando a minacciare un dipendente di morte – “ti taglio le vene” – se avesse raccontato la verità alle forze dell’ordine. Il gruppo di lavoro variava tra i 40 e gli 80 braccianti – “cani morti e pure scemi” nelle parole dell’indagata -a fronte di otto contratti regolari. “I lavoratori erano sottoposti a ritmi massacranti e a condizioni di lavoro e retributive non conformi e comunque inadeguate” si legge nell’ordinanza. Persone esposte senza nessun tipo di cautela a “residui di pesticidi nocivi, costretti a continuare a lavorare durante le operazioni di pompaggio di medicinali e pesticidi”. Per questo viene individuata negli indagati una “spiccata propensione a delinquere”. Indagati che “hanno continuato nell’attività di sfruttamento consistematicità allarmante anche dopo i controlli di maggio 2024.” Il quadro delineato dal giudice descrive un sistema basato sulla sopraffazione, sulla vulnerabilità dei lavoratori stranieri “con qualsiasi mezzo”, pur di massimizzare i profitti e senza nessun tipo di pietà. Nell’ordinanza viene citato il caso di un cittadino albanese chiamato Eddi, bracciante e autista, che era costretto a “mendicare” una giornata di risposo per poter portare il figlio piccolo a una visita specialistica per un intervento. Il caporale doveva essere implorato e rassicurato: “Sì, sì, lo so serve solo per oggi, ma per altra data posso farlo solo per un appuntamento di operazione di bambino piccolino” dice il lavoratore che aggiunge che quel giorno, quel permesso che sarebbe garantito dal contratto, non gli dovrà essere pagato.Alla fine del 2025 , la FLAI CGIL di Caserta ha denunciato che i lavoratori agricoli sono costretti a lavorare fino a 15 ore al giorno, con turni estenuanti di 11-12 ore, pagati 2,70 euro l’ora, una cifra ben al di sotto dei minimi contrattuali. È un sistema di sfruttamento e di ricatto molto radicato, quello che si è delineato nelle campagne di Napoli e Caserta e dell’Agro aversano-Villa Literno grazie alle indagini della Procura della Repubblica di Napoli Nord. Il bilancio dell’operazione è di quattro indagati, sequestrati 4 furgoni e oltre 540mila euro, considerati profitto del reato.«Se da un lato la cucina italiana viene riconosciuta come patrimonio dell’Unesco dall’altro – dichiara Igor Prata, segretario generale Flai Cgil Campania e Napoli – si manifesta una realtà interna fatta di profonda disumanità che mina le fondamenta stesse di questa eccellenza: lo sfruttamento dei lavoratori della terra. Crediamo sia giunto il momento di bilanciare la rivendicazione dell’eccellenza produttiva con il riconoscimento della dignità e del rispetto del lavoro. Gli strumenti esistono, bisogna applicare la legge 199/2016 che all’articolo 8 comma 4 parla di indici di coerenza del comportamento aziendale. Le imprese devono dichiarare la quantità e la tipologia di manodopera che impiegano e questa deve essere coerente alla lavorazione svolta. Tali indici dovrebbero anche diventare un criterio per l’erogazione dei contributi pubblici».Sulla stessa lunghezza d’onda si trova Tammaro Della Corte, segretario generale Flai Caserta: «Bassi salari, irregolarità contrattuali, precarietà abitativa sono elementi ben presenti nel tessuto produttivo agricolo del territorio, come da tempo denunciamo. Con le nostre attività di sindacato di strada abbiamo dimostrato negli anni le storture di un sistema che schiaccia i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Urge sempre più dare totale applicazione alla legge 199/2016. Per questo è urgente rilanciare la Sezione territoriale della Rete del lavoro agricolo di qualità, come strumento concreto di incontro tra parti sociali e istituzioni per elaborare pratiche di prevenzione del caporalato e dello sfruttamento. Non è assolutamente più accettabile che la filiera agricola si basi sullo sfruttamento e sulla negazione della dignità dei lavoratori».Questi episodi mi hanno riportato alla memoria una delle vicende più drammatiche della storia di questi decenni: quella di Jerry EssanMasslo un rifugiato sudafricano in Italia, assassinato nella sua capanna a Villa Literno, 25 agosto1989 da una banda di criminali, la cui vicenda personale emozionò profondamente l'opinione pubblica e portò ad una riforma della normativa per il riconoscimento dello status di rifugiato. Giunto in Italia a Roma venne accolto presso una struttura della Comunità di Sant'Egidio, la "Tenda di Abramo", fece domanda di espatrio per il Canada, indicando nel modulo la volontà di ricongiungersi con la moglie e i figli. Presso la struttura di accoglienza, incominciò ad imparare la lingua italiana e a esercitare dei piccoli lavori occasionali. Nell'estate successiva decise di spostarsi a Villa Literno dove gli era stato riferito da altri immigrati che ci sarebbe stata la possibilità di lavorare per la raccolta del pomodoro.
In quegli anni ero segretario generale della CGIL di Caserta, che portò avanti delle battaglie per i diritti di cittadinanza e di pari opportunità, organizzando anche delle manifestazioni di livello nazionale. Ricordo benissimo che le condizioni di vita delle migliaia di immigrati, che già da alcuni anni raggiungevano Villa Literno per cercare lavoro nelle campagne, erano durissime. Alla fine degli anni ottanta, il comune campano contava circa 10.000 abitanti che viveva prevalentemente di agricoltura, in cui un ruolo preponderante era svolto dalle attività economiche collegate al controllo del territorio da parte del clan dei casalesi.I campi di pomodoro finanziati dall'AIMA e dalla CEE richiedevano durante il periodo della raccolta un massiccio impiego di forza lavoro bracciantile, non disponibile tra gli italiani alle condizioni economiche dei produttori; per questo motivo la città cominciò a diventare meta degli immigrati, che seguivano la stagionalità dei lavori in agricoltura, spostandosi volta per volta nelle località dove veniva richiesto il lavoro, attraverso delle vere e proprie catene di richiamo. Durante il periodo della raccolta del pomodoro, la popolazione immigrata raggiungeva anche le quattromila unità.Jerry Masslo, ogni mattina all'alba, insieme a centinaia di immigrati, raggiungeva il quadrivio del paese, ribattezzato dai liternesi la "piazza degli schiavi", dove si attendeva l'arrivo dei caporali o si contrattava direttamente con il datore di lavoro per poi recarsi nei campi a raccogliere il pomodoro. Il lavoro di raccolta poteva durare in alcuni casi anche quindici ore al giorno e veniva pagato a "cassette" (ottocento o mille lire a cassetta), i contenitori da 25 kg di prodotto che dovevano essere riempiti e contati a fine giornata per il calcolo della paga giornaliera.La notte, insieme ad altri immigrati, Jerry Masslo alloggiava, come gran parte degli immigrati, nei ruderi dei casolari in campagna, dormendo in condizioni precarie, su cartoni, senza luce né servizi igienici. Nell'estate del 1988 rimase due mesi a Villa Literno, dopodiché, finita la stagione della raccolta, ritornò a Roma presso la struttura di accoglienza che l'aveva accolto, la "Tenda di Abramo". Le condizioni lavorative nella capitale non cambiarono per lui e, nel frattempo, il visto per il Canada non veniva rilasciato. L'estate successiva fece ritornò a Villa Literno per tornare a lavorare alla raccolta del pomodoro.La situazione che vi trovò era diversa rispetto all'anno precedente, nelle baracche dove dormivano gli immigrati stava maturando la consapevolezza sulle condizioni di sfruttamento alle quali gli immigrati erano costretti a sottostare. Alle riunioni partecipava attivamente anche Jerry Masslo. Gli immigrati si erano appellati al sindacato, ma le resistenze erano forti. Intanto a Villa Literno cominciarono a moltiplicarsi gli episodi d'intolleranza nei confronti degli immigrati, essi non potevano più passeggiare liberamente, per timore di essere malmenati da alcuni ragazzi del paese, che all'epoca avevano organizzato dei veri e propri "squadroni" per terrorizzare gli immigrati e costringerli a stare lontani dalle vie del centro della città.Per le strade i carabinieri trovarono dei volantini rivolti ai liternesi che venivano incitati alla violenza contro gli immigrati, in cui era scritto: « È aperta la caccia permanente al nero. Data la ferocia di tali bestie […] e poiché scorrazzano per il territorio in branchi, si consiglia di operare battute di caccia in gruppi di almeno tre uomini ».[5] La situazione lavorativa nelle campagne di Villa Literno incominciò a destare l'attenzione dei media italiani, e una telecamera di una troupe del Tg2, che stava intervistando gli immigrati sulle loro condizioni, raccoglierà anche una testimonianza di Jerry Masslo.
L'assassinio di Jerry Masslo
Quasi al termine della stagione di raccolta dei pomodori, la sera del 24 agosto 1989, Jerry Masslo si era ritirato nel capannone di via Gallinelle, dove dormiva con altri 28 immigrati. Alcune persone, con i volti coperti, fecero irruzione con armi e spranghe chiedendo che venissero consegnati loro tutti i soldi che avevano addosso. Per gli immigrati, che non avevano altro sistema che conservare tra i loro indumenti tutto il denaro che guadagnavano, significava dover consegnare agli assalitori tutto ciò che avevano guadagnato in due mesi e oltre di lavoro.
I funerali di Jerry Masslo.
Alcuni consegnarono subito il denaro, altri si rifiutarono. Al diniego degli immigrati di consegnare i soldi, uno dei ladri colpì alla testa, con il calcio della pistola, un sudanese di 29 anni, BolYansen; a causa di questo gesto da parte dei malviventi, la situazione cominciò a degenerare e uno dei rapinatori sparò tre colpi di pistola che colpirono Masslo e un altro suo connazionale. Nel trambusto successivo alla sparatoria, gli assalitori fuggirono via, per timore della reazione di massa da parte degli immigrati. KiragoAntonyYrugo, cittadino keniota, riuscì a sopravvivere; per Jerry Masslo non ci fu nulla da fare, morì prima dell'intervento dei medici.La Cgil per Jerry Masslo chiese i funerali di Stato, che si tennero il 28 agosto alla presenza del Ministro degli affari esteriGianni De Michelis e di altre rappresentanze delle istituzioni. Ai funerali accorsero le televisioni di tutta Italia per riprendere l'evento, il Tg2 si collegò in diretta, e trasmise nella consueta rubrica Nonsolonero, per intera, l'intervista rilasciata da Jerry Masslo:«[...] Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un'accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo c'è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo.»(Jerry EssanMasslo)Per la morte di Masslo, nel luglio del 1991 sono stati condannati in via definitiva dalla Corte d’assise di appello Giovanni Florio (a 18 anni), Giuseppe Caputo a 14, Michele Lo Sapio a 13. Salvatore Caputo, il quarto appartenente alla banda, all'epoca dei fatti ancora minorenne, fu condannato a 12 anni dal Tribunale dei Minori.La morte di Jerry EssanMasslo rappresentò per l'Italia la presa d'atto della necessità di garantire adeguati diritti e doveri agli immigrati, che nel corso degli anni ottanta erano cresciuti considerevolmente di numero fino a seicentomila nel 1990. Poco dopo la sua morte ebbe luogo a Roma la prima manifestazione antirazzista mai organizzata in Italia sino ad allora, con la partecipazione di oltre 200 000 persone, italiani e stranieri. La vicenda del mancato riconoscimento dello status di rifugiato a Jerry Masslo, in quanto non cittadino dell'Europa dell'est, portò il governo Andreotti VI a varare, in tempi record, il decreto legge 30 dicembre 1989 n. 416, recante norme urgenti sulla condizione dello straniero, convertito poi nella Legge 28 febbraio 1990 n. 39: la legge Martelli.La legge Martelli all'articolo 1 riconobbe agli stranieri extraeuropei sotto mandato dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, lo status di rifugiato, eliminando la "limitazione geografica" per i richiedenti asilo politico, stabilita in base alla Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata in Italia con la legge 24 luglio 1954 n.722. Furono inoltre riconosciuti e garantiti i diritti dei lavoratori stranieri. La morte di Jerry EssanMasslo segnò l'inizio d'una nuova stagione della convivenza multietnica in Italia.Il Tg3 nazionale aprì con la notizia: "Squadrone della morte a Villa Literno spara sui lavoratori di colore". Nei giorni successivi intervennero sulla vicenda, l'ONU, il Papa Giovanni Paolo II, il Presidente della repubblicaFrancesco Cossiga e tutto il mondo politico italiano, il sindacato e l'associazionismo. Il 20 settembre 1989 a Villa Literno si tenne il primo sciopero degli immigrati contro il caporalato al servizio della camorra e fu un evento di portata storica per l'Italia.Il 7 ottobre 1989 a Roma si svolse la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo, con alla testa uno striscione che ricordava il profugo politico sudafricano. L'allora Presidente della Camera, Nilde Iotti, incontrò una delegazione di immigrati a Villa Literno. Nel febbraio del 1990 entrò in vigore la legge Martelli.Nell'estate del 1990 venne realizzato a Villa Literno il "Villaggio della Solidarietà", una grande tendopoli dotata di servizi per gli immigrati: fu intitolata a Jerry Masslo e allestita grazie all'impegno volontario di giovani provenienti da tutta Italia. Nel corso dei primi anni novanta presero corpo le prime forme di accoglienza per immigrati e per l'integrazione scolastica dei loro figli.Negli anni successivi, nonostante il clamore mediatico e la nascita di alcune associazioni, tra queste una fondata da medici intitolata a Jerry Masslo, la condizione dei migranti nelle campagne di Villa Literno non ricevette adeguate misure di sostegno per l'organizzazione di servizi per l'assistenza e integrazione. L'assenza di strutture di accoglienza obbligò i migranti a organizzarsi in un insediamento intorno a un grosso casolare diroccato, che arrivò ad ospitare centinaia di persone. Le difficili condizioni igienico sanitarie fecero diventare famoso l'insediamento con il nome di "Ghetto di Villa Literno".I clan della camorra, infastiditi dalla eccessiva attenzione mediatica che le campagne di Villa Literno continuavano a riscuotere, nel settembre del 1994 reagirono causando il rogo del "Ghetto", nonostante vi fosse nei mesi antecedenti l'intenzione della prefettura di Caserta di individuare una soluzione alternativa, con un progetto da oltre un miliardo di lire, di cui avrebbe dovuto farsi carico l'amministrazione di Casal di Principe.Monsignor Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, definì l'incendio del Ghetto di Villa Literno, un "incendio di Stato".Nel novembre 2011, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, fece visita alla tomba di Masslocome primo atto pubblico della sua esperienza come ministro per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione.Il comune di Rovigo, nel 2021, gli dedica una piazza.
Libri e BibliografiaPer ricostruire la storia del caporalato abbiamo raccolto anche una ampia bibliografia sui testi e documenti più significativi dedicati al tema.
Il rapporto analizza il fenomeno del caporalato e dell'infiltrazione mafiosa nella filiera agroalimentare, fenomeni notevolmente cresciuti negli anni della crisi economica come dimostrano le recenti cronache giornalistiche. Il volume, in continuità con i due precedenti, fotografa la vita dei braccianti agricoli nelle campagne italiane, pervase da nord a sud da nuovo caporalato, grave sfruttamento e nuova schiavitù. Dalle raccolte del pomodoro all'ortofrutta, dal distretto vitivinicolo al settore delle carni, i diversi settori vengono analizzati attraverso la raccolta e l'analisi dei dati, nonché interviste agli operatori del settore e del sindacato, ai rappresentanti delle Istituzioni, delle forze dell'ordine, dell'associazionismo e con testimonianze dirette dei lavoratori vittime di caporalato. Particolare attenzione viene posta anche sui braccianti stranieri, siano essi extracomunitari o neocomunitari, e sul legame che c'è tra il caporalato e la tratta di esseri umani. Il terzo rapporto Agromafie e caporalato si concentra poi sull'azione di contrasto oltre che di denuncia. È così possibile trovare nel volume anche una mappatura delle azioni di "sindacato di strada" e delle buone pratiche messe in campo dalla FLAI CGIL in sinergia con tante realtà territoriali impegnate nel contrasto al caporalato e per l'affermazione dei diritti dei lavoratori.
1. Agromafie e caporalato. Terzo rapportoOsservatorio Placido Rizzotto(Curatore)Futura Editrice, 2016 14,25 €2.Raffaele AbateCanapa,Melagrana 20253.Raffaella Alois, “Dai braccianti ai rider. Il «metodo» del caporalato e le nuove frontiere dello sfruttamento” 4. Anselmo BotteRosso, rosso, Ediesse 2012 5. Giovanni CirielliLe terre dei canneti, Il Ventaglio 1992 6. Alfonso CaprioCronache castellane. Immigrati africani di Castel Volturno 1975-2012, in Cronache Meridionali 20167. Caroli LuigiDonne e caporali, Polesis 20218. Dandolo F.L’immigrazione a Casal di Principe e nel litorale domitio tra gli anni otttanta e novanta – in F. Dandolo e M. Mosca (a cura di) , Accoglienza e integrazione nelle terre di don Diana. Giovanni De Santis(Curatore) , Stefano Maria Corso(Curatore) , Francesca Delvecchio(Curatore)Giappichelli, 201926,60 € 9. Schiavi d'Italia. Caporalato, diritti negati e speranze in uno dei ghetti più grandi d’Europa - Prefazione don luigi Ciotti10. Peppe Diana. Storia ed economia nelle campagne tra il litorale domitio e Casal di P., Edioriale Scientifica Napoli 202011. Fabrizio Di Marzio(Curatore)Studi sul caporalato in Italia, Donzelli, 201727,55 € - pag 206
12. Sfruttamento e caporalato in Italia. Il ruolo degli enti locali nella prevenzione e nel contrasto – 2023 –Rubbettino13. Giovanni FerrareseIl caporalato, Carocci 202514. Gabriella GribaudiA Eboli. Il mondo meridionale in cent’anni di traformazione,Marsilio 1990 15. Andrea IorioLe prime lotte sociali in Terra di Lavoro Tesi di Laurea Napoli 2005 16. Pasquale IorioIl sud che resiste, Ediesse 2019 17. Pasquale IorioUna vita per i diritti,Rubbettino 2018 18. Pasquale IorioDiritti e lotte sociali nel XX secolo. Storie e protagonisti in TdL, Guida 202019. Leogrande A., Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Feltrinelli 2016 20. Limoccia L., Leo A., Piacente N., Vite bruciate di terra. Donne e immigrati: storie, testimonianze, proposte contro il caporalato e l’illegalità, Gruppo abele199721. Isabella Lorusso (Autore), Angelo Leo (Autore)Editore Sensibili alle Foglie 19 gennaio 2026Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell'agromafia italiana22. Luise Mario,Dal fiume al mare. Un lungo viaggio tra gli spaesati di Castel volturno, ESI Napoli 20023. Andrea Merlo(Autore)Giappichelli, 2021 E 20,90Schiavi mai! La ribellione dei braccianti nel Piemonte del caporalato 24. Morrone N, Il movimento contadino in Campania, in AAVV Campagne e movimento contadino nel Mezzogiorno d’Italia, vol 1 De Donato 1979 25. Nani M., Il lavoro nelle campagne in Musso 2015 26. Nava M., Come la camorra soffoca l’agricoltura nel casertano, in Corriere della Sera 709- 1982 27. Omizzolo M., Sotto padrone. Donne, uomini e caporali nell’agromafia italiana, Feltrinelli 2019 28. Antonio Olivieri (Autore), Boris Pesce (Autore) Agricoltura senza caporalato29. Luca Maria Pernice(Autore)Tra braccianti e caporali. Storia di un sindacalista – Paoline Editoriale Libri, 2024 9,00 €19 gennaio 202630.Mario PignataroLa situazione nelle campagne e le lotte contadine nel secondo dopoguerra,L’Aperia 2009 31. Piselli F., Sensali e caporali nell’Italia meridionale, in P. Bevilacqua, Storia dell’agricoltura italiana, Marsilio 1990 32. Pugliese E, Calvanese F., Villa Literno in California. Perché l’agricoltura ha bisogno degli immigrati, in Il Manifesto 1989 33. Romano C. In piazza aspettando il caporale, in L’Unità 19-08-197934Yvan Sagnet (Autore), Leonardo Palmisano (Autore) Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento – 5 novembre 2015 Fandango Libri35. Sartori M.D., Lo sfruttamento dei rider del food delivery. Caporalato, lavoro straniero e piattaforme digitali, Elison Paperback 202236. Tino P., Campania felice? Territorio e agricoltura prima della grande trasformazione, Meridiana Libri 1997 37. Tommaso ZarrilloLa lavorazione della canapa, l’uccisione del maiale e il teatro contadino, Melagrana 2024
**A cura di Pasquale Iorio, Le Piazze Sapere4 maggio 2026

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