La Pace secondo Aristofane nel 421 a. C.. Serve il popolo per liberarla dai tiranni.

(di Paolo Mesolella) A proposito di guerra e di pace, è senz’altro utile, di questi tempi, ricordare la commedia “La pace” di Aristofane.
E noi la ricordiamo così come ce la ricorda Wikipedia: “La pace” è una commedia di Aristofane messa in scena nel 421 a.C., in un clima di speranza dovuto alla recente firma della pace di Nicia. Il titolo della commedia prende il nome proprio da Eirene, che è la dea della pace. L’opera è stata pubblicata in lingua italiana a Venezia nel 1545. La trama: ad Atene durante la guerra del Peloponneso, la Grecia si trova immersa in una guerra che sembra non finire mai. Trigeo, vignaiolo dell'Attica, esausto per le tribolazioni patite, decise di incontrare le divinità olimpiche per chiedere loro la liberazione della Pace, ossia la dea Eirene, che permetta la cessazione delle ostilità tra Atene e Sparta. Vola così verso il cielo a cavallo di uno scarabeo stercorario. Il viaggio però gli riserva una triste sorpresa: gli dei hanno abbandonato i cieli della Grecia, disgustati dalla cattiveria umana. Ad annunciarglielo è Ermes, l'unico ancora rimasto perché custode delle masserizie. Trigeo assiste alle azioni del gigante Polemos e del servo Tumulto, due tipacci che hanno sequestrato la Pace in un antro custodito da enormi macigni e si accingono a maciullare le poleis greche in un mortaio che peraltro non può essere utilizzato a causa della mancanza di un pestello, ovvero un uomo in grado di trascinare le poleis in una lotta fratricida. Uomini del genere un tempo abbondavano in terra di Grecia: Cleone l'ateniese, per esempio, oppure Brasida, il pestello spartano. Ma entrambi sono ormai morti. Trigeo, appresa la notizia, capisce che è il momento favorevole per agire, ossia chiamare a raccolta tutti i greci e, insieme, liberare Eirene dalla sua prigione. Ttra i popoli dell'Ellade, solo i contadini danno prova di possedere le doti di concordia necessarie a reggere l'impresa. Ma alla fine i macigni sono rimossi e la Pace può riemergere dalle viscere della terra, con gran dispiacere di mestatori mercanti di armi. Regge in braccio il piccolo Pluto, simbolo dei beni che si possono trarre dalla natura e si accompagna ad Opora, la stagione del raccolto, e a Teoria, la Festa. Trigeo e Opora scatenano la gioia di tutti, manifestando, a sorpresa, l'intenzione di sposarsi. La scena si chiude allora con un komos nuziale condito da lazzi salaci, oscenità e piccanti allusioni. Non si venderanno più armi, non si vestiranno più elmi, né si mangerà più cacio e cipolle,] e la vita non si consumerà più in terribili guerre. L'opera venne messa in scena in un clima di ottimismo per il futuro, poiché in quello stesso anno era stata firmata la pace di Nicia, una tregua cinquantennale che avrebbe dovuto imprimere una svolta pacifica alla Guerra del Peloponneso, ma che nel giro di pochi anni si sarebbe rivelata illusoria. In questo clima di speranza, Aristofane scrive un'opera che segna una svolta nella sua produzione, poiché libera la fantasia: il protagonista non è vincolato dai limiti di spazio e tempo, lo vediamo infatti salire verso il cielo per incontrare gli dei. Finalmente il popolo liberà la Pace. E in polemica con gli autori che si conquistavano il favore del pubblico regalando leccornie prima delle rappresentazioni, Aristofane arrivò a distribuire agli spettatori presenti alla prima della commedia un chicco di grano.

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