In un piccolo borgo di montagna della provincia di Caserta, la Messa domenicale scivola inevitabilmente nel grottesco. Davanti a una ventina di fedeli, un parroco ultraottantenne celebra la liturgia segnato da evidenti decadimenti cognitivi dovuti all’età: perde costantemente il segno nel messale, sfoglia le pagine avanti e indietro in stato di confusione, conclude l’omelia per poi ricominciarla daccapo, intrappolato in un loop temporale che dilata il rito a dismisura.
La scena è resa ancora più critica dal rifiuto ostinato di qualsiasi aiuto. Diaconi e parrocchiani provano a intervenire, a suggerire il passo successivo o a semplificare la cerimonia, ma il parroco respinge ogni assistenza, mosso da un orgoglio ferito o da una piena incomprensione della realtà. È l’immagine della solitudine di un clero anziano lasciato a se stesso: la Curia, stretta dalla morsa della carenza vocazionale che svuota i seminari italiani, non ha forze fresche da inviare nelle piccole parrocchie periferiche e mantiene in servizio uomini ben oltre le loro capacità psicofisiche.
La memoria a breve termine cede, l’orientamento si perde e il sacro diventa involontariamente teatro dell’assurdo. Questo non è un caso isolato, ma il sintomo estremo di una Chiesa che, nelle aree interne del Sud, fatica a garantire la dignità del rito e il benessere spirituale dei fedeli. Mentre le statistiche vaticane confermano il crollo delle ordinazioni in Europa, nei borghi come questo la fede resiste, ma la celebrazione rischia di diventare una prova di resistenza insostenibile, dove la devozione si scontra con l’incapacità di chi dovrebbe guidarla. La soluzione non può essere l’abbandono a se stessi di parroci malati, ma richiede un ripensamento coraggioso della presenza ecclesiale nelle aree che si spopolano, prima che il grottesco soffochi definitivamente il sacro.

Commenti
Posta un commento