Maddaloni. Il Villaggio dei ragazzi rischia di chiudere

(di Mena Diodato docente universitaria e cittadina di Maddaloni) "Nella “nostra bella Maddaloni” fioccano, puntuali come il Festival di Sanremo, gli appelli per “salvare” la Fondazione Villaggio dei Ragazzi, colpita da un provvedimento regionale che taglierebbe significativamente i fondi pubblici a sostegno della stessa. Ora, la Fondazione ha una storia gloriosa, specchio delle luci e ombre della Prima e pure un po’ della Seconda Repubblica. Una cosa però andrebbe chiarita, per onestà intellettuale: la Fondazione non è un patrimonio della città di Maddaloni, bensì l’opera coraggiosa, visionaria e solitaria di un singolo individuo: Don Salvatore D’Angelo. Ha ragione il sindaco: il Villaggio dei ragazzi non è proprietà della regione, ma non è nemmeno proprietà della città. Maddaloni ha preso dalla Fondazione; ha goduto della sua immagine, dei lustri e delle iniziative solidaristiche, sociali e culturali animate da un singolo individuo, lungimirante quanto pragmatico. I maddalonesi hanno beneficiato del peso politico di Don Salvatore, della sua enorme influenza, della sua predisposizione a intercedere e a sostenere chiunque (andandogli a genio) ne avesse bisogno. Come tutti gli intelletti dotati di una qualche peculiarità eccezionale che ne esacerba gli umani limiti, Don Salvatore è stato incapace di costruire una successione in grado di tutelare l’eredità della sua opera, nata a Maddaloni ma aperta al mondo. Chi ne ha conosciuto le vicende, chi vi ha partecipato, sa che la Fondazione è stata quanto di meno provinciale, meschino e identitario si possa immaginare. Dei contrasti, degli scandali e delle chiacchiere fondate e infondate degli ultimi 25 anni non voglio né posso spendere parola, perché non ne so e non ne voglio sapere nulla. Leggo periodicamente che sono a rischio gli stipendi dei dipendenti, che le attività rischiano di non poter essere sostenute, che è in gioco la scomparsa di questo “fiore all’occhiello” della nostra città. Come ho detto, non credo nelle personificazioni degli enti astratti: le città sono fatte di uomini e donne; sono questi che fanno e disfano, individualmente e collettivamente, non i gonfaloni comunali. A ogni modo, a fronte dei provvedimenti paventati dalla Regione, è cominciata la corsa al premio per il taumaturgo chiamato a risollevare le sorti della Fondazione. Spregiudicatamente, per Don Salvatore, il fine ha sempre giustificato i mezzi. Principio assai discutibile, retto però dalla assoluta chiarezza e trasparenza del fine: occuparsi degli ultimi. Oggi, senza che nessuno si preoccupi di interrogarsi su quel fine e sulle sue condizioni di esistenza, sopravvivenza e praticabilità, il consigliere regionale A parte alla carica (vedo io, faccio io, risolvo io); il consigliere regionale B (al quale si ascrive la grande onta di non essere maddalonese – difficile immaginare un abbassamento ulteriore del livello della discussione) corre ai ripari e, per marcare il territorio a fronte di un inesistente PD cittadino, cerca di intestarsi anch’egli la battaglia per gli interessi della Fondazione, chiedendo tuttavia trasparenza (prima incisivamente, poi più cautamente, ché mai si dica che il PD ha contributo alla dispersione di questo patrimonio della città). Trasparenza che – come ricorda la segretaria cittadina del suo partito – è un obbligo di legge, non una richiesta di parte, né un intervento punitivo nei confronti della Fondazione. Alla luce di un dibattito articolato sui particulari di questo o quel consigliere (sindaco, assessore o avventore aspirante a qualche carica), farebbe bene il presidente Fico ad affidare a un soggetto terzo il compito di rendicontare sullo stato della Fondazione, sulle sue difficoltà e sulle sue prospettive. Qualcuno, un terzo, appunto, che non abbia interessi diretti o indiretti sulle magre e mercenarie vicissitudini di questa triste città. Come forse qualcuno sa, la Fondazione ha rappresentato un pezzo importante della vita della famiglia di mia madre. Don Salvatore, fratello di mio nonno, ha fatto leva sui genitori, sui fratelli e sulla sorella soprattutto nelle fasi iniziali della sua impresa, quando si trattava – giorno per giorno, in una città che ancora esponeva le ferite della guerra – di mettere assieme un pranzo e una cena per decine e poi centinaia di ragazzi. La famiglia D’Angelo – mio intendimento da sempre, che ripeterò ossessivamente finché campo – deve rispettare il testamento di Don Salvatore: stare fuori dalle vicende della Fondazione, che o è un’opera di rilievo collettivo o semplicemente non è, ed è meglio che non sia. Del resto, come pure fa notare qualcuno per innalzare i modesti meriti delle ultime gestioni, ridurre, come si sta facendo, la Fondazione a un circolo ricreativo o a una bocciofila è proprio il contrario di quello che è stata e di quello che, nei caparbi intendimenti del suo fondatore, avrebbe dovuto essere. Fatte queste premesse, come cittadina maddalonese da sempre estranea alle vicende della Fondazione – se non da studentessa anonima dai 14 ai 19 anni – ma interessata alla sua sopravvivenza se e solo se alle altezze a cui era stata portata dal suo fondatore, mi aspetto due cose. La prima è che si apra una discussione pubblica che ci illumini sulla funzione attuale della Fondazione. Come realizza il suo oggetto sociale? Quale impatto pubblico ha la sua attività? Come intercetta i nuovi bisogni, sempre meno legati all’offerta di scuole private e sempre più urgenti in relazione all’integrazione, all’accoglienza, alla lotta contro le discriminazioni, alle povertà materiali e immateriali? Un tempo, per dire, la Fondazione ospitava bambini e ragazzi sottratti alla strada e alla criminalità per educarli a una degna vita civile. Falliva, talvolta; più spesso riusciva. Oggi non potrebbe la Fondazione accogliere migranti, donne in difficoltà, minori non accompagnati per svolgere quella stessa azione? Non potrebbe realizzare – la butto lì – corsi di italiano per stranieri? Corsi di lingua per ragazzi e bambini non abbienti (fuori dal circuito scolastico privato)? Insomma, qual è oggi il rapporto costo/benefici della Fondazione in relazione al suo scopo sociale? Ripeto, non cosa è stata la Fondazione – argomento su cui potrei scrivere un libro – ma cosa è oggi e cosa ci si aspetta sarà domani? La seconda aspettativa – utopica, lo so – è uno scatto di dignità da parte dei politici e degli amministratori locali, che anche in quest’occasione, in nome di un interesse bipartisan per la tutela di un presunto patrimonio cittadino, mostrano la loro strabiliante capacità di cavalcare qualsiasi accadimento al solo scopo di incrementare il proprio capitale di consenso. Non una parola su quello che la Fondazione è e deve essere; solo l’impegno a salvarla oggi, con l’ennesimo obolo, per poi vantarsene in campagna elettorale. Ma la Fondazione Villaggio dei ragazzi non è un casello autostradale inaugurabile da Salvini; non è l’ospedale che apre, chiude, riapre, richiude. È – ripeto – l’opera di un uomo la cui eredità merita rispetto; un’eredità senza eredi, sebbene molti si sbraccino per atteggiarsi a esecutori testamentari. Non mi interessa – e non dovrebbe interessare a nessuno – se i soldi pubblici (che torneranno ad alimentare quello che sembra essersi configurato come un carrozzone dedito allo spreco) siano sbloccati per l’intercessione del Santo consigliere di Fratelli d’Italia o del Santo consigliere del Partito Democratico. Mi interessa che si recuperi il rilievo pubblico della Fondazione, fattore dirimente per giustificare un investimento pubblico. La tutela degli stipendi dei dipendenti deve essere preoccupazione collettiva, ma una struttura che attinge da fondi pubblici non può fermarsi alla richiesta generica della sussistenza dei suoi dipendenti senza fornire alcuna garanzia della ricaduta pubblica delle sue attività (non solo dentro i confini angusti di una sempre più irrespirabile Maddaloni). Se si tratta di tenere aperte le scuole private, bene – ma la Costituzione (a cui Don Salvatore era devoto come al Dio al quale s’era consacrato sacerdote) impone che queste debbano istituirsi “senza oneri per lo Stato”. Ecco, sarebbe auspicabile che qualcuno riuscisse – almeno su questo tema – a guardare un palmo più in là degli sciocchi tornaconti di bottega, peraltro assai male celati. Se volete salvare la Fondazione, lasciate che sia amministrata da terzi in ossequio ai valori che ne hanno informato l’azione decennale. Questo si ottiene con un’amministrazione affidata a persone lungimiranti, visionarie, cosmopolite – per quanto mi riguarda, preferibilmente non maddalonesi, non legati all’amministrazione comunale, provinciale o regionale, non prestanomi, né bipartisan, bensì partigiani: schierati dalla parte della cultura contro l’ignoranza, della solidarietà cristiana contro l’egoismo indifferente, dell’integrazione e dell’accoglienza contro la xenofobia e la celebrazione mentecatta delle antiche sorti del borgo natio".

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