in data 15.2.26
(Maria Grazia Capanna)
Sparanise - Il 27 febbraio del 1963, dopo denunce e mobilitazioni da parte di Danilo Dolci, promotore di lotte non violente contro la disoccupazione,
l'analfabetismo e la fame endemica, sospinti dalle disparità sociali, per l'affermazione dei diritti umani e civili fondamentali e per questo impegno sociale gli varrà il soprannome di "Gandhi italiano” per la sua attività di animazione sociale e di lotta politica. Danilo Dolci che ha sempre operato con coerenza e coraggio segna il periodo che diede inizio ai lavori di costruzione della diga sul fiume Jato completata in cinque anni e diventata uno dei simboli della battaglia per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione della Sicilia occidentale. Il fiume Jato è un corso d'acqua, situato in provincia di Palermo, e scorre per circa 193 Kmq dal Monte La Pizzuta, vicino a San Giuseppe Jato, fino al Mar Tirreno nei pressi di Balestrate. La valle è famosa per la diga costruita nel 1971, che crea un importante invaso irriguo da 72 milioni di metri cubi. Ma San Giuseppe Jato è famosa anche per il suo ricco patrimonio storico e naturale, in particolare per le rovine dell'antica città di Jato: un paesaggio montuoso con grotte preistoriche e pitture rupestri come la Grotta Mirabella, antiche masserie, i mulini e i caratteristici abbeveratoi, oltre che per le sue tradizioni e feste locali, come quelle legate alla Madonna del Carmelo e il Giardino della Memoria dedicato a Giuseppe Di Matteo. E’ in questo contesto geografico che vogliamo parlare di Salvatore Giuliano. Prima, durante e dopo la guerra, la Sicilia era caratterizzata da fame e povertà (si stima che il 70% dell'approvvigionamento alimentare siciliano passasse attraverso il mercato nero ai più conosciuto come " la borsa nera", che altro non era che attività di contrabbando. Prima di diventare un ricercato, Giuliano si dedicava al commercio di olio d'oliva e di altri beni di prima necessità . Giuliano si presentava al popolo come una sorta di "Robin Hood" che rubava ai ricchi e al mercato nero, per aiutare i contadini poveri, con una "banda composta da " suoi uomini". Salvatore Giuliano nacque a Montelepre, presso Palermo, il 22 settembre 1922 da Salvatore e da Maria Lombardo; la sua famiglia era rientrata dall'emigrazione negli Stati Uniti, dove per diciotto anni il padre aveva svolto umili mestieri, riuscendo a mettere da parte i risparmi che, al ritorno in Sicilia, gli avevano consentito di acquistare alcuni appezzamenti di terreno. Crebbe quindi in una famiglia contadina e frequentò la scuola fino alla terza elementare; dall'età di undici anni affiancò il padre nel lavoro dei campi. Sul finire degli anni Trenta venne assunto dalla Società Generale Elettrica Siciliana. In quegli anni si era aperto il “mercato nero” un metodo con cui molte persone riuscivano a barattare per poter vivere . Il traffico clandestino del grano e della farina diventava sempre più redditizio per coloro che speculavano in questo momento di miseria: ricordo l' efferata opera di razzia posta in essere da fascisti e nazisti che privavano i contadini dei loro raccolti per farne uso personale, ma dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, per contrastare il fenomeno nelle sue "connotazioni positive ", fu vietato il trasporto del grano da una provincia all'altra e fu disposta la sorveglianza dei punti strategici lungo i confini delle province. Ed è in questo momento che la storia ci ricorda l' episodio della morte del carabiniere Antonio Mancino come vittima e decreta la figura di Salvatore Giuliano quale criminale. Dalla sentenza del 28 Gennaio 1971, dopo il parere della suprema Corte di Cassazione con sentenza del 7 giugno 1950, veniva rigettato l' appello del PM e dell' imputato e si decise questa ricostruzione dei fatti. 139 persone elencate nel procedimento penale di cui si può reperire la sentenza all' archivio del Senato della Repubblica. Quel giorno di Settembre del 1943, considerato le "lacunose" comparazioni tra i fatti realmente avvenuti e le testimonianze rese e riportate su carta ufficiale della sentenza da noi letta ed esaminata, possiamo comprendere il motivo che indusse anche il PM a chiedere ricorso in Appello e di cui riportiamo una parte del contenuto dove si afferma che : "...Il Mancino per terra, adagiato sul letto del fiume Jato che in quel periodo era asciutto, protagonista e caduto nella circostanza del fatto in una ricostruzione del Barone (parrebbe carabiniere) che in udienza manifestò diverse contraddizioni in merito alla perquisizione avvenuta e circa il cappotto di cui questi sarebbe stato fornito (e in Sicilia isola calda del Mediterraneo l' uso del cappotto a settembre appare improbabile), avrebbe occultato la rivoltella. Risulta per concordi dichiarazioni del Rocchi, del Barone, del Mangiaracina che il Giuliano una volta fermato non oppose alcuna resistenza, esibì immediatamente la carta d'identità e pregò gli agenti, (si parla di agenti non di carabinieri), e in tono sottomesso riferì di lasciarlo proseguire per la sua via”. Al foglio 7 della sentenza si legge che il Rocchi ritornando sul posto vide il Giuliano ed il Barone in colluttazione, motivo per il quale assistette alla fuga del primo e all' ultimo sparo del Barone. I particolari trovano conferma nelle deposizioni rese dal teste Cangelosi ovverosia che a Quarto Mulino vide arrivare il Giuliano ferito da colpi di fucile alla spalla e che sul posto in Contrada Quarto Mulino trovasi anche un carabiniere ferito e probabilmente già morto. Sono state obbiettate le dinamiche e la successione dei fatti in quanto il Barone non avrebbe potuto rimanere illeso se contro di lui fossero stati esplosi veramente 4 colpi di rivoltella a breve distanza a prescindere dall' ansia sopraggiunta che non avrebbe potuto mantenere la mano che si era già macchiata di sangue . Per dichiarazioni apprese, e delle quali non siamo tenuti a divulgare notizia, la data della morte del carabiniere Giuliano non risale al momento dello sparo ma la morte avvenne per dissanguamento verosimilmente per aver compromessa la milza da perforazione del proiettile al fianco sinistro e non al petto. Nel riportare i fatti è dunque emerso che Giuliano abbia sparato per legittima difesa dopo la colluttazione ed in fuga. Ci furono due udienze a Viterbo per l' Arma dei Carabinieri e a Catanzaro in cui ritorna la stessa frase descritta nella sentenza definitiva “La mano già macchiata di sangue”. Una frase che parrebbe essere il filo conduttore logico tra i due processi. La verità è figlia del tempo. Posso dire che la vita di Salvatore Giuliano volutamente è stata segnata per fermare una verità in quegli anni che bruciava e tuttora scotta e con essa tutte le conseguenze che colpirebbero con un' onta i militari in servizio (si parla di agenti) e sembra emergere la volontà di volere addebitare e consegnare alla storia un uomo macchiando per sempre la sua vita e l' identità di una terra, la Sicilia. (Contenuti riportati in sentenza tra i documenti della Camera dei deputati - Senato della Repubblica).

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