(Caserta24ore) IL LIBRO - Un libro da leggere per conoscere il Pascoli alcolista, apatico, ossessivo, solitario. Un Pascoli diverso da quello che appare nelle antologie scolastiche. Bisognava cercarlo all’osteria, dove andava a bere vino, al caffè dove prendeva il cognac. Durante il giorno e durante la notte. Il Pascoli del Fanciullino aveva il fegato malato e soffriva di cirrosi epatica, la malattia degli ubriaconi, che gli aveva fiaccato il corpo. Ed era diventato stanco, inappetente, quasi zoppo. Il Guerrieri, nel suo libro, parla di Pascoli come di un contadino prestato all’insegnamento: timido, vestito male, povero, sempre chino sulla scrivania e andava a letto quasi sempre con la testa piena di cognac. Non si sentiva sereno. Era infelice. Da quando nacque lo perseguitarono i lutti e la malattia al piede: il dito deforme di un piede, il suo gonfiore, lo faceva zoppicare. E poi era diventato presto orfano del padre Ruggero quel dieci agosto che lasciò i figli da soli e senza soldi. Allora fu costretto a lasciare la propria casa, il suo nido, per emigrare a Matera, Massa, Livorno, Bologna, Pisa e poi di nuovo a Bologna. Diventa un latinista rivoluzionario, un poeta bucolico che parla con i morti, con gli uccelli, con la natura, della solitudine, della sofferenza, del dolore, del mistero che ci circonda. Morirà il sabato santo del 1912. Alle tre del pomeriggio. Apre gli occhi, muove le braccia, emette un grido. Nell’autunno la sorella Maria fa trasferire a Castelvecchio i mobili della stanza in cui era morto. Li fa sistemare nello stesso identico modo in casa sua. Come ha scritto Paolo Di Paolo su Repubblica “Adesso aveva tutto di lui, tranne lui”. Osvaldo Guerrieri “Zvanì. Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli”, Feltrinelli, pagg. 192

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