Intervista allo scrittore artista Gianluigi Esposito impegnato anche sociale

(di Antonella Ricciardi) Nella seguente intervista si esprime Gianluigi Esposito, artista poliedrico, impegnato nell'ambito dello spettacolo, soprattutto integrato con l'impego sociale
. Particolarmente competente riguardo la cultura napoletana, espressa in canzoni spesso dai toni poetici, musica strumentale e teatro (anche in quanto attività per il recupero dei detenuti), Gianluigi Esposito ha approfondito, in modo speciale, la storia meridionale, anche con un recente libro sulla vicenda di Raffaele Cutolo e la Nuova Camorra Organizzata... Tra cronaca ormai divenuta storia, si analizzano nel testo eventi drammatici in un Sud divenuto una polveriera, sullo sfondo di una questione meridionale ancora viva. Il libro, di particolare spessore, scritto con il giornalista Simone Di Meo, specialista di grande spessore su queste tematiche, ha quale titolo: "I diari segreti di Raffaele Cutolo", con il sottotitolo, "La storia mai raccontata del più potente boss della camorra". Il libro-studio, pubblicato nell’ottobre 2024, e ristampato a fine 2025, contiene, in effetti, parti prima inedite (anche grazie alla consultazione di un immenso archivio nella sua casa di Ottaviano, comprendente pure l’abbozzo di un racconto a tratti autobiografico, che doveva intitolarsi “L’ultimo principe”), che rappresentano un ottimo approfondimento per chi non voglia fermarsi ad una visione superficiale, ma più complessa, riguardo la realtà... "Più potente boss", quindi, certamente, riguardo il passato, ma dal libro traspare chiaramente quanto Raffaele Cutolo fosse da tempo divenuto una persona differente: viveva di ricordi, la moglie, l'unica moglie, Immacolata Iacone, e la figlia Denyse, erano la sua ragione di vita. Nella seconda parte della sua vita era ormai povero, smagrito, segnato da una lunga malattia; la sua lunga detenzione era stata costellata di episodi drammatici, tra cui il più grave era stato il tragico omicidio ai danni del figlio Roberto (avuto da una precedente compagna, Filomena Liguori), ad opera di malavitosi rivali: nel libro, la moglie raccontava che lo avesse pianto coprendosi con una coperta, così aveva saputo, per non farsi vedere da altri. Raffaele Cutolo si definiva infatti pentito nell'anima di delitti, morti causate nel passato: era approdato ad una vita differente, sostenendo che la croce fosse la vera cattedra di vita, di chiedere più che altro più umanità per sua moglie e sua figlia. Il suo aver cambiato vita era sostenuto soprattutto dal Vescovo (ora Emerito) di Caserta, Monsignor Raffaele Nogaro: una figura di luce, da sempre vicino agli ultimi, da aiutare, tra cui i detenuti.
Detenuto da un numero impressionante di anni, la sua prigionia si era protratta in modo quasi ininterrotto dal 1963 al 2021: in questi 58 anni, solo pochissimi erano stati fuori dal carcere e di libertà. Dal 1979 era stato detenuto ininterrottamente, in certi periodi aveva perfino rinunciato ai ricorsi contro il rinnovo del 41 bis, ed a tratti aveva rifiutato le cure, per protesta contro il vetro divisorio, previsto dallo stesso 41 bis all'epoca, per i minori sopra i 12 anni, che gli impediva di abbracciare la figlia. Una misura, quella del vetro a tutta altezza, presentata in quanto di sicurezza, ma con la quale, a tratti, il confine con la disumanità si perdeva; un documentario dello stesso Gianluigi Esposito e dell'attore Gianfranco Gallo se ne occupò a suo tempo, per sensibilizzare, mentre una sentenza della Consulta, posteriore al suo decesso, aveva successivamente, parzialmente modificato tale misura, poichè il vetro non è più divenuto automatico per i minorenni maggiori di 12 anni, ma è stato considerato da valutare da caso in caso... Tornando più specificamente alla sua vicenda personale, la Direzione Sanitaria del carcere di Parma, nel luglio 2020, ne aveva disposto il trasferimento in un centro ospedaliero, più adeguato per la sua situazione di salute: negli ultimi mesi, pur ancora in regime di 41 bis, Cutolo era rimasto, così, in un reparto sanitario (diverso dal centro clinico interno al carcere): Raffaele Cutolo era stato, cioè, nella sezione detentiva dell'Ospedale Civile-Clinica Universitaria di Parma, dove aveva ricevuto le ultime cure, ed era poi deceduto per malattia il 17 febbraio 2021. Non lasciano indifferenti le pagine in cui la signora Immacolata racconta che le fosse stato fatto vedere il corpo del marito in un momento meno adatto, purtroppo, quando ancora non si era avuto cura di ricomporlo, nudo, per cui per l’emozione era svenuta; la figlia Denyse (Denise) lo aveva potuto vedere meglio ricomposto, e, veniva raccontato nel libro, aveva, poco dopo avere appreso la notizia del decesso, dormito abbracciata alla sua cravatta. Di particolare obiettività era stata la posizione dell’avvocato Gaetano Aufiero, che da una parte aveva criticato la reiterazione del 41 bis senza nuovi reati, definendo indecente l’eccesso di automatismo del sistema pure nel caso specifico (per un periodo non era stato appunto presentato neanche più ricorso contro il 41 bis, dato l’immobilismo della situazione, ma nell’ultimo periodo, per questioni di principio, era in corso un ricorso contro l’ultima reiterazione di tale articolo), dall’altra non si opponeva alla collocazione ospedaliera di Raffaele Cutolo, dove era possibile ricevere cure più specifiche, essendo un centro più specialistico. Negli ultimi mesi il ruolo dell’avvocato Gaetano Aufiero titolare della difesa, era stato validamente affiancato, per alcune questioni riguardo la detenzione nel periodo ultimo della malattia, anche dalla collega Monica Moschioni. La questione del 41 bis e della collocazione erano quindi state distinte, e, quando l’autopsia (prassi solitamente per persone decedute in detenzione) aveva stabilito che avesse patologie e fosse stato curato bene, quindi cause naturali, Aufiero aveva commentato che mai c’erano stati dubbi al riguardo. Altra questione, invece, quella della critica alla detenzione nei fatti non riabilitativa, e di sostegno, invece, ad una visione più costituzionale della pena, e quindi non disumana (anche tramite questioni poste in Italia ed a Strasburgo, per aderire maggiormente a principi di civiltà del Diritto). Nel libro, una vicenda, quindi, recente, dei nostri tempi, viene analizzata, ma con la consapevolezza che affondi le premesse in un passato più lontano, in un Meridione in cui, in parte, l'affidarsi a poteri differenti rispetto allo Stato non era raro, dati i problemi spesso non risolti da parti dello Stato stesso. Una situazione tale anche per ferite storiche mai del tutto sanate, tra cui la brutale repressione di quella protesta sociale che fu il cosiddetto "Grande brigantaggio", rimasto nella memoria collettiva anche dei posteri, secondo la mirabile ricostruzione storica di Gianluigi Esposito, nelle pagine soprattutto del libro, ed in cui si accenna anche in questa intervista. Una spietata repressione che non aveva favorito più rispetto per quelle parti dello Stato non sempre fedeli a principi costituzionali (all'epoca erano state sospese le garanzie costituzionali dello Statuto Albertino, ed applicata la legger marziale)…La legge Pica, applicata contro il brigantaggio e le camorre, prevedeva pene pesantissime (tra pena di morte e carcere a vita); una misura applicata con pugno di ferro, senza attuare, invece, la promessa riforma agraria. Particolarmente perspicace, quindi, l'analisi che collega, nell’opera, per analogia, il considerare determinati poteri alternativi come dei nuovi briganti, alla stregua di quei capi carismatici divenuti leggendari. Certamente, in ogni modo, la vicenda di Cutolo viene presentata con particolare serietà, e non in modo edulcorato: facendo emergere le ambivalenze di determinate situazioni… Nello stesso tempo si dà atto di quanto determinate vicende siano entrate, pur drammaticamente, quasi nel mito: quando, ad esempio, si testimonia che ci sia chi conservi, alla stregua di una reliquia, un'unghia, adagiata nell'ovatta, dello stesso Raffaele Cutolo, mostrandola a chi lo chiedesse, quasi come in un rituale esoterico, che testimonia la "potenza" di un certo richiamo, che già a suo tempo aveva suscitato un fascino pericoloso. Del resto, che alcune vicende fossero entrate addirittura nel folklore era stato evidente anche nella famosa canzone che il cantautore Fabrizio De Andrè gli aveva dedicato, “Don Raffaè”: una tarantella, struggente, in cui emergeva anche una situazione approfondibile sul piano antropologico, e psico-sociologico, in un cantautore attento ai diritti degli ultimi, senza mai disprezzo, e sempre con umanità. Tuttavia, la bellezza maggiore di certe pagine del libro di Simone Di Meo e Gianluigi Esposito sta proprio nell'analisi non superficiale e non stereotipata di certe vicende, rimarcando appunto anche la conversione ad una vita più cristiana, di Raffaele Cutolo, che sosteneva che il vero pentimento fosse a prescindere dalla collaborazione con la giustizia, e fosse quello interiore… Al riguardo, si può aggiungere, in modo significativo, che alcune recenti sentenze delle più alte Corti d'Europa e d'Italia (la Corte di Strasburgo e la Corte Costituzionale, quindi la Consulta), hanno, tra 2019 e 2021, stabilito l'incostituzionalità del vincolare in modo assoluto i benefici alla collaborazione con la giustizia, stabilendo fossero questione da decidere quantomeno da caso a caso, dato che a volte la non collaborazione può derivare da motivazioni differenti dall'essere ancora organici alle mafie, potendo essere motivata, invece, anche da altre cause, tra cui timore di rappresaglie, la contrarietà alla delazione, il timore di sradicamento dei propri familiari. Il valore del libro sta, poi, nell'analisi di ricostruzione storica, per cui emerge che una parte della politica, spesso meschina, soprattutto al tempo del potere del democristiano Antonio Gava, usava e scaricava segmenti anche della camorra, per fini d'interesse privato, e non certamente in nome della legalità costituzionale... Il possibile trattamento più umano di Cutolo era stato metaforicamente "impiccato", si diceva, agli stessi fili dei casi di Cirillo, (democristiano liberato grazie alla mediazione di Cutolo con le Brigate Rosse) e di Calvi; quest'ultimo, letteralmente impiccato, ma ucciso forse prima, per i suoi collegamenti con il caso di corruzione del Banco Ambrosiano, in cui era coinvolto anche Casillo (poi ucciso da nemici di Cutolo, della cosiddetta "Nuova Famiglia"). Andato in rovina, il ruolo della figura di Cutolo era stato così scaricato, metaforicamente accoltellato, anche da alcune persone che erano, invece, apparentate con lui e il suo progetto. Nonostante ciò, si testimonia che, pur nel dolore per la violenza causata, e per la sua condizione di pesante detenzione e grave isolamento, Raffaele Cutolo era stato sereno, anche grazie al conforto spirituale, appunto di Monsignor Raffaele Nogaro, che aveva avuto un ruolo nel suo cambio di vita interiore; così Raffaele Cutolo era poi deceduto per malattia in modo sereno, ricordava anche la famiglia nel manifesto funebre, sapendo del suo cambiamento spirituale. Tra l'altro, nel libro di Simone Di Meo e Gianluigi Esposito viene riportato un episodio, prima inedito, assai sorprendente, riguardante l'incontro tra un giovane Cutolo, all'epoca incensurato, e Padre Pio da Pietralcina, poi Beato e Santo: da una lettera privata alla moglie, divulgata appunto solo in modo postumo rispetto al decesso di Cutolo, si racconta di tale incontro, quando un giovane Raffaele Cutolo all’epoca autonoleggiatore, all’inizio degli anni ’60, aveva accompagnato uno zio, Monsignor Saviano, da Padre Pio: quest’ultimo, che non lo conosceva, lo aveva chiamato da parte, prefigurandogli in anticipo che si era messo in testa di farsi giustizia da solo, il molto male che da ciò doveva derivare, che per soldi doveva subentrare rovina, le profonde sofferenze dello stesso Cutolo, ma anche la pace poi dovuta al cambio di vita per lo stesso Raffaele Cutolo. L’episodio è significativo anche perché parte di una “casistica”, in quanto molti, anche degli ambienti più diversi, hanno testimoniato di un carisma della conoscenza di Padre Pio, che riusciva a leggere nella mente delle persone e nel tempo, con un’energia straordinaria. Un incontro che era stato confermato da più persone, che avevano anche testimoniato che nessuno avesse parlato prima al frate di Pietralcina dell’allora non ancora famoso Raffaele Cutolo. Ancora riguardo il libro di Gianluigi Esposito e Simone Di Meo, si accenna poi ad altro un episodio apparentemente solo "bizzarro" , che può sembrare semplicemente un aneddoto, ma che può far intravedere, a chi riesca a guardare più oltre, una quasi inimmaginabile realtà più profonda, per chi viva una vita più "ordinaria”: si tratta della volta, quasi paradossale, in cui Raffaele Cutolo piangeva la morte di un topo, ucciso all’Asinara, intenzionalmente, da una guardia; nel pianto, per chi era stato protagonista di una storia macchiata di sangue umano, può sembrare vi sia un contrasto quasi incomprensibile, stridente, ma chi abbia più consuetudine con storie di prigionia estrema non stenta a riconoscervi certe tipologie di situazioni, in cui, per non parlare soltanto da soli, per non impazzire in forme quasi di annientamento che possono “spezzare”, ci si attacca in modo estremo anche alle più piccole forme di vita: a mosche e topi, si parla con gli insetti: situazioni parte di una casistica… In questo testo di valore, peraltro, vengono riportati diversi episodi che illuminano, in modo ottimale, su alcuni aspetti umani, con valore sociologico, psicologico, riguardo pure una dimensione semi-politica di certi fenomeni, di cui c'era consapevolezza. Più immediatamente coinvolgenti altre parti, particolarmente belle, anche perchè fanno meglio realizzare quanto sia sempre troppo unilaterale “cancellare” l'essenza umana anche di chi possa avere commesso gravi reati; infatti, tale essenza umana riemerge in modo molto vivo, e quindi più vero, nelle descrizioni di Raffaele Cutolo che, anche in brani di diari personali, esprimeva l'amore per il contatto con le varie "anime vive" di animali: in sporadici contatti con cani, gatti (uno dei quali era riuscito ad avere per un po’ eccezionalmente in cella: trovando straordinario tale gattino), piccioni, ed affermava che l'amore per gli animali gli suscitava ancora più vicinanza alla figura di San Francesco d'Assisi, al quale si paragonava, nel rispetto per le altre creature di Dio, del Creato. Altre pagine dei "Diari" riportate, particolarmente vivide, intense, sono quelle in cui Raffaele Cutolo si esprimeva, con rispetto e considerazione, verso Jan Palach, studente ceco che si diede fuoco per protestare contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, sacrificando la sua vita per amore degli altri, e quelle in cui ancora Raffaele Cutolo esprimeva sempre rispetto e condivisione riguardo la causa palestinese, definita una giusta causa, definendo anche Arafat un grande uomo. Pagine, quindi, di non indifferenza, che fanno emergere meglio aspetti umani che colpiscono, e che sono un grande merito del libro. Del resto, già in passato, appunto, Gianluigi Esposito, nel suo lavoro artistico volto profondamente al sociale, aveva approfondito sulla questione meridionale ancora viva, ed anche sul caso di Raffaele Cutolo; nel libro “I diari segreti di Raffaele Cutolo”, la moglie Immacolata (Tina) Iacone aveva ricordato che in passato il marito avesse vinto pure dei premi di poesia, e nel testo vengono riportati pure alcuni versi prima inediti. Già in precedenza, comunque, Gianluigi Esposito era stato il curatore di libro di poesie di Raffaele Cutolo, "Poesie dal carcere" edito nel 2018 con la casa editrice "Neomediaitalia", diretta dal giornalista Francesco De Rosa (autore anche di una biografia sul tema, "Un'altra vita-La verità di Raffaele Cutolo”). Per rendere l'idea, si possono citare anche questi versi, tratti da “Poesie dal carcere”, che fanno realizzare di più il senso della continuità del lavoro di divulgazione di Gianluigi Esposito... Sono, appunto, versi da una poesia di Raffaele Cutolo, vincitrice del premio di poesia "Due nuvole nel cielo/Guido Giustiniano, dell'ottobre 2000: parole non incapaci di suscitare emozioni, immagini capaci di muovere sentimenti profondi: "Cime bianche/Irreali e lontane/Guardano un cielo bucato di stelle./Un quadrato di cemento immobile/Nel verde scuro della campagna/Pallida è la luna/Nella luce spettrale dei riflettori./Uomini armati e silenti/Marciano sul camminamento/Del muro di cinta./Lucciole di sigarette accese/Tracciano arabeschi rossastri/Nella notte cupa./Finestre aperte,/Vuote come orbite di teschi/Osservano i cortili deserti./Cento scatole grigie chiudono/Le vite di uomini stesi sui letti/Con i cuori dove/Non palpita più il sangue!". Parole, quindi, capaci di rendere possibile l'empatia, riguardo una situazione in cui ci si sente come morti dentro, in una prigionia senza prospettiva che fa sentire come esangui, nelle immagini evocative, nella realtà trasfigurata dal linguaggio della poesia… Infatti, non sono necessariamente in contraddizione l’avere commesso gravi reati ed il sapere comporre poesie belle, lo si può affermare con serenità: sono le ambivalenze della stessa natura umana, semplicemente più evidenti. Ed è significativo sapere che tale poesia fu scelta in modo particolarmente indipendente: inizialmente i giurati non sapevano chi fossero gli autori, per non essere influenzati neanche involontariamente, e solo dopo emerse che fosse stata scritta da Raffaele Cutolo. “I diari segreti di Raffaele Cutolo” ha, tra le varie dediche, anche una, dello stesso Gianluigi Esposito, a Immacolata Iacone e alla figlia Denyse Cutolo, da tempo impegnate per scelte di vita non violente, rispettose dello Stato di Diritto, di cui anche il rispetto per i detenuti è una parte, ed ovviamente in primis per la difesa delle vittime di violenze. Altri momenti significativi dell’approfondimento su Gianluigi Esposito, poi, riguardano l’esperienza di arte teatrale, in passato, con Cosimo Rega, ex carcerato (uno dei pochi ad essere uscito dalla situazione senza benefici dell’ergastolo ostativo)… Un tempo nel sodalizio camorristico della cosiddetta “Nuova Famiglia”, si era poi ravveduto: era stato, appunto, uno dei pochi ad essere uscito senza collaborazione con la giustizia, ma aveva reciso la collaborazione con il crimine. Ricordato con avvertibile, caldo affetto da Gianluigi Esposito, Cosimo Rega, deceduto alcuni anni fa per una grave malattia, era stato anche autore vari libri, tra cui “Sumino o’ Falco”, e “Nel silenzio dei giorni”, in cui l’arte veniva vista in quanto strumento di riscatto, di rinascita etico-morale, dopo avere attraversato una camorra disgregata in modo “pulviscolare”; un ingranaggio che poteva vedere mutevoli cambi di alleanza, e divenuta più violenta anche perché più “incontrollata”… Una drammatica situazione in cui l’autore si confessava con totale apertura , analizzando il fenomeno pure su un illuminante piano psico-sociale. Cosimo Rega aveva inizialmente potuto frequentare la scuola solo fino alla terza elementare, successivamente aveva vinto borse di studio e aveva collaborato alla didattica della Cattedra di Filologia Dantesca dell’Università “La Sapienza” di Roma. Un riscatto grazie anche a volontari fantastici, che lo avevano coinvolto in intense attività di volontariato sociale. Diversi, poi, i riferimenti alla collaborazione di grande successo del creativo Gianluigi Esposito con il grande attore Michele Placido, in tour particolarmente seguiti; il celebre attore era rimasto nel cuore del pubblico già dai tempi della “Piovra”, sul fenomeno mafioso, ed ha saputo rigenerarsi al meglio: sempre “alla mano” e senza atteggiamenti divistici. Una collaborazione naturale e molto riuscita, anche perché sorta da una comune, intensa passione per l’approfondimento di questioni sociali, sempre per non essere indifferenti: un filo conduttore nelle multiformi attività di Gianlugi Esposito. 1) “Premetto che sei intensamente impegnato con attività culturali ad ampio raggio, tra cui canzoni e musica strumentale, teatro (anche in carcere, in quanto attività riabilitativa per detenuti), impegno sociale, di scrittura, ed altro ancora. Nell'ottobre 2024, in particolare, è stato pubblicato un libro tuo e del giornalista Simone Di Meo, "I diari segreti di Raffaele Cutolo", edito con la casa editrice Piemme: un'opera "sentita", che non ha lasciato indifferenti, suscitando emozione, desiderio di approfondimento non superficiale, solitamente ben accolto da un pubblico che voglia capire di più, per analizzare meglio problemi sociali, nel cammino per una società migliore. In particolare volevo chiedere anche i perché degli aspetti principali dei collegamenti tra camorra e dimensione sociale e politica; ricordo che nel libro sono stati approfonditi in modo molto vivido ed illuminante...Molte persone, nonostante chiaramente delitti della Nuova Camorra Organizzata, vi vedevano, a tratti, un “ordine di giustizia”, dove lo Stato non giungeva, e il collegamento mentale a tratti andava con l'antico fenomeno del "grande brigantaggio", più protesta sociale che fenomeno di devianza (collegamento mentale, presente anche nella consapevolezza di Raffaele Cutolo). Pensi che tali aspetti, emersi così efficacemente nel libro, possano essere considerati parte di una questione meridionale ancora viva?” “Il libro scritto insieme a Simone Di Meo indaga proprio questo aspetto, il collegamento tra camorra, dimensione sociale e politica. Cutolo ebbe l’intuizione pericolosa, di dare una identità politica alla sua organizzazione. Raggruppare un esercito di sbandati, di semplici ladri d’auto in un’unica grande organizzazione, la NCO che aveva come motto, la Campania ai campani! Ma commetteremmo un errore madornale nel pensare che questa organizzazione fosse composta da soli criminali di mezza tacca. Nella NCO confluirono professionisti, imprenditori, uomini della politica e stando alle parole dello stesso Cutolo. E’ chiaro che se migliaia di persone aderirono a quel progetto criminale, li univa il comune sentire uno Stato avverso, che nel sud ha ucciso in nome della cosiddetta unità d’Italia!” 2) “Le cause, a tratti semi-politiche, dell'espansione della Nuova Camorra Organizzata sono evidenti anche da collegamenti con l'eversione: contatti con esponenti neofascisti, e soprattutto, maggiormente e successivamente, in molte occasioni "buoni" rapporti con le Brigate Rosse, riguardo l'estrema sinistra, sebbene ci siano stato anche episodi non chiari, non lineari (nel testo viene adombrato anche un sospetto di Paolo Persichetti, per un ruolo della camorra nel ferimento di Moretti in carcere, per fare pressione sulla liberazione di Cirillo, ma va ricordato che non sia provata la sua tesi, anche processualmente, su coinvolgimento di Cutolo e della sua camorra, e vi siano anche altre ipotesi, tra cui una vendetta di esponenti infedeli della polizia). Sostanzialmente, il comune avversario di brigatisti e camorristi era uno Stato con cui, però, anche si trattava: quanto pensi siano ancora da chiarire di più, storicamente, i rapporti sotterranei tra Stato, esponenti della lotta armata e camorristi? Ricordo pure che, sebbene non sia stato condannato processualmente, un ruolo storico di Gava e Scotti è significativo in queste vicende...” “Proprio l’identità politica della NCO ha permesso a questa organizzazione di “parlare” ai terroristi di destra e di sinistra. Curcio, uno dei capi storici delle BR, asseriva che i cutoliani in carcere, si sentivano come un movimento sociale. La trattativa Cirillo legittima Cutolo e la sua NCO sul piano politico, per la verità lo aveva già fatto in diverse occasioni, tra cui il sequestro Moro. Cutolo, grazie all’appoggio della banda della Magliana, trovò la prigione del presidente della DC. IL boss di Ottaviano, afferma di essere stato fermato un attimo prima dell’assalto al covo delle BR da Gava. Difficilmente sapremo la verità assoluta, ma in linea generale, molte cose sono state chiarite.” 3) “In un racconto non edulcorato, emergono, però, non solo il male ma anche, nei fatti stessi, pure aspetti di rivisitazione del passato, e comunque umani, di Raffaele Cutolo (le cui poesie possono realmente suscitare empatia), che si diceva pentito nell'anima, e che aveva sempre mantenuto questa posizione, anche sostenuto dalla posizione al riguardo di Padre Nogaro, già Vescovo di Caserta; in effetti, cammino per la legalità costituzionale e apertura umana, anche verso incolpevoli familiari, teoricamente possono andare insieme, anche per suscitare più rispetto per uno Stato che non escluda: cosa ne pensi? Al proposito inizio a ricordare che hai dedicato l'opera di scrittura a Immacolata Iacone Cutolo e alla figlia Denyse, impegnate per la legalità costituzionale, e senza dimenticare il rispetto per i detenuti, che è parte di ciò...” “Distinguere l’errore dall’errante… così scrive il Santo Padre Giovanni XXIII nella sua bellissima enciclica “Pacem in Terris”. Dobbiamo sempre pensare che l’uomo possa redimersi dal peccato e, a mio avviso, Cutolo intraprese una lenta e dolorosa conversione, proprio con Padre Nogaro. Non fu facile, perché Cutolo non era un capo camorra comune, lui si sentiva realmente un leader politico e quindi aveva in lui radicati principi sbagliati. Il rapporto con Nogaro non fu semplice, proprio perché Cutolo non cercò una via per scappare dalle sue responsabilità, era convinto delle sue azioni e quindi il confronto con Nogaro lo destabilizzò, ma piano piano fece breccia nel suo cuore e Cutolo si arrese all’amore di Dio.” 4) “Ti sei occupato anche di altri casi di detenuti un tempo nella camorra, e ricordo che hai realizzato una collaborazione molto bella con Cosimo Rega, poi ravvedutosi, e recentemente deceduto per una malattia neoplasica, che era diventato un bravissimo attore; puoi esporre qualcosa in più su questa esperienza, ed in generale su tue motivazioni riguardo queste esperienze?” “Con Cosimo Rega è un discorso molto forte, che parte dai miei genitori, loro, Cosimo e la moglie, si conoscevano da sempre, io e i figli siamo cresciuti insieme. Cosimo prese una strada diversa da mio padre, ma si volevano bene come fratelli. Quando Cosimo cominciò a fare teatro, mi chiamò e con lui ho recitato con la compagnia ASSAI dei detenuti di Rebibbia, un’esperienza straordinaria, che mi ha insegnato a conoscere il mondo di dentro.” 5) “Nel tuo ruolo di artista hai portato avanti pure spettacoli di successo con il celebre interprete Michele Placido: ci può descrivere di più questa intesa, cosa vi accomuni?” “Con il maestro Placido è stato amore a prima vista, ci siamo intesi subito e poi, il maestro non ha atteggiamenti da divo, lui è generoso in scena e nella vita. Insieme creammo questo recital chiamato “Serata d’ onore” e con noi c’è il mio fraterno amico Antonio Saturno, musicista straordinario. Parliamo di poesia e canzone napoletana, abbiamo fatto più di 300 serate in giro per l’Italia. Ma davvero quello che ci unisce è un profondo rapporto umano, che inscena diventa il valore aggiunto dello spettacolo.” 6) “Ci sono altri progetti d'impegno sociale ed artistico, programmati per il futuro, dei quali ci puoi anticipare qualcosa?” “Una nuova inchiesta, tanto teatro, un grande progetto cinematografico e… speriamo tanta fortuna!” Introduzione e quesiti di Antonella Ricciardi; intervista ultimata nel dicembre 2025

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