Sparanise/ Caserta. Salvatore Giuliano "Il Separatista e la strage di Portella della Ginestra".

(Maria Grazia Capanna) Sparanise/ Caserta - Salvatore Giuliano fu un brigante siciliano attivo nel dopoguerra,
noto per aver guidato una banda armata che operò tra il 1943 e il 1950. La sua carriera criminale iniziò dopo aver ucciso un carabiniere, Antonio Mancino in seguito a tale evento divenne un fuggitivo. Giuliano si legò al movimento indipendentista siciliano, entrando a far parte dell'EVIS, e fu protagonista della strage di Portella della Ginestra nel 1947, dove la sua banda uccise 11 persone. Dopo che il movimento separatista fu sciolto, Giuliano continuò le sue attività criminali, fu ucciso il 5 luglio 1950, dopo essere stato tradito dal suo braccio destro, Gaspare Pisciotta, ma i retroscena della sua morte rimangono ancora avvolti nel mistero. Il 2 Settembre del 1943, Giuliano commise il suo primo omicidio in località Quattro Mulini colpì con un colpo di pistola al ventre del carabiniere originario di Montanaro provincia di Caserta ad un posto di blocco durante il quale un carretto trasportava frumento ed egli era nascosto tra la paglia, il Mancino morì l' indomani dopo un' intera notte di agonia per dissanguamento a causa del colpo di pistola inferto. Il passaggio fu breve da contrabbandiere a "criminale temuto" che operava tra i proprietari terrieri e i commercianti della zona di Montelepre. Nel 1945, Giuliano con altri briganti della sua banda si unirono all'EVIS, l'Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia, come braccio armato del movimento separatista. Il 1° maggio 1947, la sua banda attaccò una folla di lavoratori in festa a Portella della Ginestra, uccidendo 11 persone e ferendone molte altre. Questo evento segnò l'apice della sua attività criminale. Dopo che l'autonomia siciliana pose fine alla causa separatista. Figlio di Salvatore Giuliano e di Maria Lombardo deceduta nel 1971,proveniva da una famiglia di contadini relativamente benestante. Il padre, costretto ad emigrare a Brooklyn, negli Stati Uniti, a più riprese riuscì a comprare diversi terreni nei dintorni di Montelepre, per ritornarvi a occuparsene proprio nell'anno di nascita del figlio Salvatore, per seguirne la coltivazione. Il giovane Turiddu, finita la terza elementare, lasciò la scuola per aiutare il padre nel suo lavoro in campagna. Per la verità, egli avrebbe preferito dedicarsi al commercio, ma non si sottrasse mai al suo dovere, trovando il tempo per continuare gli studi da privatista. Spesso, infatti, una volta finito il lavoro, si recava dal prete del paese o da un suo ex insegnante. Durante l'occupazione alleata, Giuliano lavorò come fattorino per la società elettrica di Palermo, ma Il 23 dicembre, poi, imbattutosi a Montelepre in una perquisizione della sua famiglia sospettata di dargli asilo, uccise a colpi di mitragliatrice il carabiniere Aristide Gualtieri. Secondo la successiva testimonianza del suo sodale Gaspare Pisciotta resa all'autorità giudiziaria, Giuliano partecipò addirittura a una riunione «di alti dignitari della mafia, durante la quale si era provveduto al battesimo del capobanda Giuliano, secondo i riti propri dell'organizzazione criminale. Nei decenni successivi, anche il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta racconterà che il bandito Giuliano gli fu presentato come "uomo d'onore" nel corso di una riunione con il boss di Ciaculli, Salvatore Greco detto Cicchitieddu ; nel 1992 l'altro collaboratore Gaspare Mutolo dichiarerà di aver saputo che « Giuliano era un "uomo d'onore", mentre tutti gli altri appartenenti alla sua banda non lo divennero mai. Non so a quale famiglia fosse affiliato, ma ritengo ovvio che egli appartenesse alla famiglia di Borgetto o di Partinico. Secondo lo storico Francesco Petrotta, l'appartenenza di Giuliano a Cosa nostra è ormai un dato assodato; infatti il bandito e i suoi uomini agivano sotto lo stretto controllo dei vari capi-mafia delle zone in cui operavano: Vincenzo Rimi ad Alcamo, Santo Fleres a Partinico, Domenico Albano a Borgetto, Salvatore Celeste a San Cipirello, Giuseppe Troia a San Giuseppe Jato. Nella primavera del 1945, Giuliano incontrò alcuni capi del Movimento Indipendentista Siciliano (tra i quali Concetto Gallo e il figlio del barone Lucio Tasca Bordonaro) e per entrare nell'EVIS, il progettato esercito separatista, chiese dieci milioni di lire che gli furono concessi e la promessa di armi e munizioni.Dopo questi accordi, Giuliano incominciò la guerriglia contro le autorità, compiendo imboscate e assalti alle caserme dei Carabinieri di Bellolampo, Pioppo, Montelepre e Borgetto, alcune delle quali furono anche occupate. In questo periodo, la propaganda indipendentista riuscì a costruire attorno a Giuliano un'immagine da Robin Hood, arrivando anche a minimizzare e a giustificare i crimini compiuti dal bandito e dai suoi compagni. Per contrastare la guerriglia separatista, il 29 settembre 1945, col decreto legislativo luogotenenziale n. 916 del principe Umberto di Savoia, fu costituito l'Ispettorato generale di Pubblica Sicurezza in Sicilia, con una forza di 1 123 elementi, di cui 760 dell'Arma dei Carabinieri e il resto del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, e al comando di un ispettore generale di P.S., Ettore Messana, alle dirette dipendenze del Ministero dell'interno. Nel gennaio 1946 la banda Giuliano attaccò la sede della Radio di Palermo. Nello stesso anno il Movimento Indipendentista Siciliano decise di entrare nella legalità e di partecipare alle elezioni per l'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. Il separatismo decrebbe con il riconoscimento dello statuto speciale siciliano concesso dal re Umberto II all'isola nel maggio 1946, diciassette giorni prima del referendum istituzionale del 2 giugno che trasformerà l'Italia in Repubblica, e divenne parte integrante della Costituzione italiana (legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948). Nell’ambito della caccia al famoso criminale siciliano gli apparati di sicurezza si accordarono con mafiosi ed esponenti di punta della sua stessa banda. Ma chi era il bandito? Qual è stata la sua parabola. Colonnello Luca segnala che ore 3:30 oggi, dopo inseguimento centro abitato et conflitto sostenuto da squadriglia C.F.R.B. rimaneva ucciso bandito Salvatore Giuliano punto Nessuna perdita parte nostra punto Cadavere piantonato disposizione autorità giudiziaria punto». Questo è il marconigramma (un telegramma trasmesso via radio) con cui da Castelvetrano, provincia di Trapani, Ugo Luca, colonnello dell’Arma dei carabinieri e comandante del Corpo forze repressione banditismo (Cfrb), comunicava alle 5:40 del 5 luglio 1950 alle autorità politiche e militari della Repubblica italiana l’eliminazione del bandito più noto a livello nazionale e forse mondiale: Salvatore Giuliano. Nei giorni seguenti altri rapporti del colonnello fornirono la versione definitiva su quella fatidica notte, riportata nell’immediato da gran parte della stampa: stando a quella ricostruzione, Giuliano sarebbe morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri del capitano Antonio Perenze, inviati da Luca a Castelvetrano dopo che fonti confidenziali avevano dato per imminente il suo espatrio via aeromobile da un campo di fortuna ubicato in paese. Nel frattempo, però, vari cronisti di testate locali e nazionali (L’Ora, L’Avanti, L’Unità), e soprattutto l’inviato speciale del settimanale L’Europeo Tommaso Besozzi, scoprirono che non era vero niente e che il conflitto a fuoco era stata una montatura dei carabinieri. Delle fotografie colpì in particolare un dettaglio: il sangue sulla canottiera del bandito colava verso l’alto anziché verso il basso, segno che il corpo era stato spostato dalla posizione in cui si trovava. Altre incongruenze vennero evidenziate dalle testimonianze degli abitanti di Castelvetrano e di alcuni ufficiali del Cfrb, così come dall’autopsia. Sarebbe poi emerso che la messinscena aveva l’obiettivo di tutelare un infiltrato del Cfrb e la sua più generale strategia, sviluppatasi con l’impiego di informatori, agenti provocatori, trattative segrete con banditi e mafiosi. L’Europeo uscì il 16 luglio con un titolo destinato a fare la storia del giornalismo investigativo:di sicuro c è solo che è realmente deceduto. Giuliano costruì con successo intorno a sé l’immagine del “bandito sociale”, del nuovo Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri difatti era così, anche dalle dichiarazioni rese dalla madre emerse durante il processo in Calabria alla presenza della vedova del carabiniere Mancino in cui ella stesso asserì "gli uomini di mio figlio hanno pagato la vedova riconoscendo attraverso denaro ed oggetti preziosi l' errore dell' omicidio e che lui non voleva sparargli", arrivarono a raggiungere la vedova nel paese in cui viveva con i suoi due bambini e parrebbe essere spesso venuto perché preso dal rimorso per aver tolto per sempre un padre a due bambini tra cui una all' epoca in grembo materno. Non è però questo a renderne la vicenda difficile da decifrare. È più in generale la proliferazione intorno alla sua figura di mitologie anche improbabili, o che tali appaiono a gran parte degli storici: come quella del Giuliano intento a trattare con gli Stati Uniti d’America l’annessione della Sicilia, o quella della complicità nella strage di Portella della Ginestra di uomini dei servizi segreti americani e della Decima Mas di Salò. Nel processo per la strage di Portella, successivo alla sua morte, il braccio destro e cugino di Giuliano Gaspare Pisciotta si accusa del suo omicidio, mentre il vero memoriale del bandito, che si annuncia pieno di rivelazioni scottanti, resta introvabile. Pisciotta confermò la sua responsabilità e incolpò anche i deputati monarchici Gianfranco Alliata di Montereale, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso e i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella, dichiarando che costoro incontrarono Giuliano per mandarlo a sparare sulla folla. Tuttavia la Corte d'Assise di Viterbo dichiarò infondate le accuse di Pisciotta poiché il bandito aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage; come emerso dalla sentenza del processo di Viterbo, Pisciotta divenne confidente del Comando forze repressione banditismo che gli fornì una tessera di riconoscimento che gli permetteva di circolare liberamente e Giuliano fu da lui ucciso nel sonno nella casa di Castelvetrano dove si nascondeva; il cadavere sarebbe poi stato trasportato nel cortile della casa stessa, dove gli uomini del colonnello Luca e del capitano Perenze inscenarono una sparatoria per permettere a Pisciotta di fuggire e continuare così la sua opera di confidente sotto copertura. Successivamente nel 1954 Pisciotta fu avvelenato nel carcere dell'Ucciardone dopo aver bevuto del caffè. Si apriva insomma il denso capitolo delle relazioni tra apparati e mafia nella caccia al bandito, di cui ci occuperemo nelle prossime puntate e che esemplifica un caso da manuale (il primo nella storia dell’Italia repubblicana) di «trattativa Stato-mafia». Proprio a questo proposito, il 15 luglio 1947 il segretario regionale del Pci, Girolamo Li Causi, all’Assemblea costituente, disse queste parole: «Si ha, in altre parole, questa precisa situazione, che il banditismo politico in Sicilia è diretto proprio dall’ispettore Messana: e l’ispettore di pubblica sicurezza, il quale dovrebbe avere per compito quello di sconfiggere il banditismo, il suo compito veramente sarebbe quello di sconfiggere il banditismo comune e non già quello politico, l’ispettore di pubblica sicurezza, dicevo, diventa invece addirittura il dirigente del banditismo politico». Nei primi anni 2000, la ricerca portata avanti dagli storici Giuseppe Casarrubea, Mario J. Cereghino e Nicola Tranfaglia sulla base di documenti desecretati dei servizi segreti inglesi e americani, ha ipotizzato un legame tra Giuliano e gruppi nazi-fascisti, tra cui spiccava la Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, che operavano dietro le linee nemiche per rioccupare le zone conquistate dagli Alleati, a cui si sarebbero aggiunti successivamente l'Office of Strategic Services OSS, i servizi segreti americani antesignani della CIA e il Servizio informazioni militare SIM italiano per organizzare la reazione ad un'eventuale conquista del potere da parte dei comunisti. Giuliano avrebbe fatto parte di questa rete di spionaggio nazi-fascista fin dall'inizio della sua latitanza nel 1943, quando si sarebbe messo sotto l'ala protettiva del principe Valerio Pignatelli e della moglie Maria Elia De Seta Pignatelli, capi ed organizzatori di questa rete, e poi sarebbe stato arruolato addirittura nella Xª MAS, che lo inviò in missione in Sicilia con l'incarico di formare una banda con funzioni di guerriglia: la stessa strage di Portella della Ginestra sarebbe stata organizzata con l'assenso e il supporto logistico armi, equipaggiamenti ed uomini di questa rete, finita nel frattempo sotto il controllo dell'OSS, guidato da James Jesus Angleton in funzione anti-comunista. La strage di Portella della Ginestra provocò enorme impressione nel Paese. In seguito, sarebbe stata assunta a «madre di tutte le stragi», ovvero a prima manifestazione della cosiddetta “strategia della tensione”, in base all’idea di un improbabile filo rosso che dal 1947 porterebbe al 1969, anno dell’eccidio di Piazza Fontana a Milano, compiuto dalle cellule venete di Ordine Nuovo con l’assenso di settori degli apparati di sicurezza. Il ministro dell’Interno dell’epoca, il democristiano Mario Scelba, in Parlamento, si affrettò a definire la strage un episodio di comune banditismo senza alcuna connotazione politica. Eppure, non è da escludersi l’esistenza di mandanti politici. Alla vigilia dell’eccidio, Giuliano ricevette una lettera, che lesse ai suoi annunciando «l’ora della nostra liberazione» e che bisognava sparare ai comunisti a Portella della Ginestra. Quindi la bruciò, senza rivelare chi gliela avesse inviata. Probabile che i mandanti si trovassero nell’area composita della destra regionale. Gli esponenti di quest’area erano alla ricerca di una nuova collocazione politica all’indomani del crollo separatista e avrebbero potuto vedere favorevolmente uno scontro frontale con le sinistre perché avrebbe alzato la posta della loro collaborazione con la Dc. Da questo punto di vista, la strage rappresentò effettivamente un tentativo di strategia della tensione, che fallì perché il Pci restò saldamente nella legalità. D’altra parte, non va dimenticato che Piana degli Albanesi era un paese di antiche tradizioni “rosse” e che nel dopoguerra precedente la mafia di Ciccio Cuccia (giunto a ricoprire la carica di sindaco) aveva assassinato diversi dirigenti socialisti. Nemmeno però è da escludere che Giuliano agì in autonomia, nel tentativo di proporsi o riproporsi ai conservatori come campione dell’anticomunismo. Notizie certe circa la sua morte in un intervista neanche il procuratore Ingroia fu in grado di dare notizie certe come dichiarato in una sua intervista tranne confermare che le operazioni di verifiche e rilevamento furono eseguite della scientifica, sul corpo di un cadavere che era stato esumato anche altre volte e per i quali non ci sono parrebbe notizie certe o verosimilmente tenute sotto segreto di Stato. Giungano alla famiglia Mancino Capanna le condoglianze della nostra redazione per la scomparsa nella note tra l' uno e il 2 Novembre presso la sua abitazione in piazzetta Ranucci della figlia del carabiniere Antonio Mancino unica la maestra Antonia Mancino vedova Capanna.

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